BMW Z18: chi nasce tondo… a volte non nasce

BMW Z18: chi nasce tondo… a volte non nasce

“Se uno nasce quadrato non muore tondo”. Ribaltando uno dei più celebri e meno ottimistici tra i proverbi italiani, secondo il quale il tempo non cambia l’indole più profonda di una persona ma casomai la enfatizza, Gennaro Gattuso ha trovato il titolo perfetto per l’autobiografia che racconta la vita dentro e fuori dal rettangolo verde del centrocampista calabrese tutto cuore, grinta e polmoni che col Milan ha vinto tutto e con la maglia azzurra quella coppa del mondo del 2006 che ci fa ancora emozionare ma anche imbestialire un po’ per il fatto che, ai Mondiali di calcio, l’Italia non ci andrà per la terza volta consecutiva. Roba da matti. 

STRANA FORTE. Ma cosa c’entrerà mai, vi chiederete, il mitico Ringhio Gattuso, che coi suoi tackle arrembanti e quell’indomito istinto di “mordere” i polpacci degli avversari oggi tanto farebbe comodo alla Nazionale, con la stramba BMW protagonista di questo articolo? C’entra, c’entra eccome. Perché la storia che chi nasce tondo non muore quadrato (ma se volete leggerla al contrario, fate pure: va bene uguale), se presa alla lettera, è anche un po’ la storia della BMW Z18. O meglio, come si può intuire dal titolo, di quella che sarebbe potuta diventare la BMW Z18 ma, in realtà, le luci della catena di montaggio non le ha mai viste nemmeno col binocolo.

Sopra, la BMW Serie 3 E30 del 1982; sotto, l’erede siglata E36 arrivata otto anni dopo con un look molto più moderno

Sopra, la BMW Serie 3 E30 del 1982; sotto, l’erede siglata E36 arrivata otto anni dopo con un look molto più moderno

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CAMBIO DI ROTTA. Siamo nel 1995 e nelle stanze del centro stile di Monaco di Baviera si ragiona ormai da qualche anno su che direzione imprimere alla forma delle BMW che avrebbero messo le ruote su strada nel nuovo Millennio. “Le facciamo tonde, o continuiamo a farle squadrate come abbiamo fatto finora?”, è il dilemma dei dilemmi senza superare il quale non si sarebbe andati da nessuna parte. Cinque anni prima, con la Serie 3 siglata E36, che era in pratica il trionfo del razionalismo teutonico intagliato nelle plastiche e scolpito nelle lamiere della carrozzeria di una classica berlina con la coda, la casa tedesca aveva deciso di rimanere fedele alle forme squadrate e anzi, aveva addirittura calcato la mano in tal senso.

IMMAGINARE IL FUTURO PER MESTIERE. Sia come sia, in vista degli incombenti anni ’90 bisognava dare un qualcosa di più che una semplice rinfrescata alla precedente E30 ormai in odore di pensione, e l’idea di proporre un’auto dalle geometrie più moderne e spigolose rispetto al passato si rivelò azzeccata. Ma chi poteva mettere una mano sul fuoco sul fatto che sarebbe stato così anche per gli anni a venire? Nessuno, nemmeno tra i manager più navigati. Motivo per cui proprio i manager più navigati della BMW, che veggenti non erano ma avevano un discreto fiuto per i talenti, cominciarono ad affollare gli uffici del reparto Technik (in pratica il think tank dell’azienda) procurando una scrivania ai progettisti più brillanti con la viva speranza che qualcuno di loro partorisse un’idea abbastanza forte e rivoluzionaria da rendere le BMW irresistibili di lì ai vent’anni successivi.

BMW Z1

BMW Z1

ORIGINALE È DIRE POCO. Per intenderci, è la BMW Technik che dobbiamo tutti ringraziare se ha visto la luce quel “gioiello” che è la Z1, una piccola ed elegante spider con le portiere a scomparsa che tra il 1989 e il 1991 è finita nel garage di 8.000 appassionati ma ne ha fatti innamorare infinitamente di più. Tant’è che oggi in tanti farebbero carte false pur di averne una. Ora, se la soluzione delle porte che venivano “fagocitate” dalle fiancate era originale, quelle proposte con la Z18 sarebbero state da spedire nello spazio per far vedere agli alieni di cosa sono in grado di fare certi esseri umani. E vedendo auto di nicchia come la Volkswagen T-Roc o la Range Rover Evoque cabriolet, in un certo senso è un peccato che le uniche eredità concrete di quella audace crossover con la trazione integrale, la capote in tela e, volendo, quattro posti veri siano state solo il lungo e muscoloso cofano e il taglio grintoso dei fari lasciati in dote alla Z3. Una spider che gli amanti delle BMW attendevano da decenni e che, non a caso, arrivò nelle concessionarie proprio nel 1995, quando la BMW, per festeggiare in grande stile i primi quindici anni di attività della divisione Technik, tolse finalmente i veli alla Z18 che aveva costruito a inizio decennio.

Volkswagen T-Roc cabriolet

Volkswagen T-Roc cabriolet

Range Rover Evoque cabriolet

Range Rover Evoque cabriolet

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Sopra, la BMW Z18; sotto, la Z3, che ne riprende il cofano e il taglio dei fari

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AVREBBE DETTO LA SUA. E INVECE… A dir la verità, c’è un altro pezzo, in quel puzzle di idee fuori dagli schemi che è la BMW Z18, che è riuscito a uscire dalla dimensione di prototipo e atterrare in catena di montaggio. È forse la plancia impermeabile e lavabile con acqua? Non scherziamo, dai. Allora il disegno delle impronte di un cane sul battistrada delle gomme? Va bene tutto, ma si sa che i tedeschi non sono tipi da perdersi in fronzoli quando bisogna prendere decisioni serie. Ad aver avuto un futuro (e anche di questo, in fondo, bisogna dire grazie alla BMW) è stato il 4.4 V8 a benzina da 350 CV che dal cofano della Z18 si è trasferito in quello della X5, la prima suv ufficiale della BMW che avrebbe debuttato di lì a qualche anno. Quanto a quella non ufficiale, benché tecnicamente sia più appropriato parlare di crossover, è proprio la Z18, che in un periodo in cui 4×4 sfiziose come la Toyota Rav4 e la Land Rover Freelander hanno conquistato centinaia di migliaia di automobilisti, nel suo piccolo avrebbe potuto dire la sua. Non è andata così. Forse perché spesso la realtà supera la fantasia…

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