
24 Ore Nürburgring 2026: Max non vince, ma che show!
Ventiquattro ore filate col piede giù a tavoletta. Una curva d’anticipo con la mente, gli occhi che guardano lontano e, di tanto in tanto, uno sguardo al cielo sperando che il tempo regga. A spartirsi la pista, più di 160 auto, in un format a un tempo democratico e diabolico che, senza fare prigionieri, fa un sol blocco delle terrificanti GT3 da 500 cavalli e fischia (che i team di punta affidano a piloti professionisti) e, loro malgrado, delle utilitarie (quest’anno è riuscita qualificarsi persino una piccola Opel Corsa 1.2) guidate dai loro coraggiosi proprietari.

IL FATTORE VERSTAPPEN. Coraggiosi perché devi obiettivamente armarti di coraggio fino ai denti, per tenere i nervi saldi mentre la tua scatoletta da corsa “fatta in casa” saltella disperatamente sui lastroni di cemento del Karussell e intanto a una manciata scarsa di centimetri ti sfreccia accanto al quadruplo della velocità la Mercedes-AMG GT3 di Max Verstappen. Cose che capitano solo alla 24 Ore del Nürburgring. La prima partecipazione del pilota della Red Bull quattro volte campione del mondo di Formula 1 alla corsa tedesca ha galvanizzato un’atmosfera di per sé spumeggiante, in quella porzione dell’altopiano dell’Eifel tappezzata di boschi di faggi e abeti rossi in cui, tra dislivelli vertiginosi e pendenze ciclistiche, si snodano gli oltre 25 km su cui si corre questa maratona dei motori che per gli appassionati tedeschi vale all’incirca quanto una finale dei Mondiali di calcio. Non si spiegherebbero altrimenti le centinaia di migliaia di persone che da 54 anni a questa parte ogni anno prendono puntualmente (e per fortuna anche pacificamente) d’assedio la celeberrima Nordschleife, che negli anni ‘60 fu ribattezzata l’Inferno Verde da un terrorizzato Jackie Stewart dopo che, una volta, fu costretto a farci i conti sotto una pioggia che evidentemente l’aveva resa più insidiosa del solito.

SI CORRE (E SI TIFA) COME UNA VOLTA. A queste latitudini, notoriamente, a maggio può piovere da un momento all’altro in qualsiasi frangente del giorno e della notte. Ma salvo diluvi universali o tempeste di nebbia, da copione la gara parte alle 15 spaccate del sabato e termina alle 15 spaccate della domenica. Il biglietto intero giornaliero costa una quarantina di euro e la maggior parte degli spettatori, regalando uno spettacolo d’altri tempi, quando le corse automobilistiche “di cartello” erano comunque prima di tutto corse automobilistiche, e non quasi esclusivamente lo show televisivo miliardario che sono diventate oggi, sceglie di accamparsi alla bell’e meglio con una tenda e di alimentarsi giorno e notte no-stop con würstel più o meno abbrustoliti e birra più o meno ghiacciata a seconda dell’efficienza dei barbecue e dei frigoriferi, si capisce, ma anche a seconda dei capricci del meteo. Che, come dicevamo prima, in questo periodo dell’anno qui è del tutto ballerino.


IL LUNA PARK FANTASMA E IL “GIALLO” DELLE CURVE. Naturalmente c’è anche chi sceglie di non aderire a questa specie di “codice ultrà” e, potendoselo permettere, preferisce assicurarsi un seggiolino sugli spalti della tribuna che si affaccia sul rettilineo principale. Qui la cosa davvero degna di nota non è tanto il logorio dei bolidi, che invariabilmente sfrecciano sempre uguali a ruote dritte e coi motori a pieni giri, ma l’attiguo scheletro grigio dell’ottovolante che fu il fiore all’occhiello del luna park probabilmente più effimero della storia: ha tenuto le luci accese per appena quattro giorni, dal 31 ottobre al 3 novembre 2013, e poi, come si suol dire, buonanotte suonatori. Evidentemente, da queste parti, preferiscono l’altro, di ottovolante, quello d’asfalto che piega 40 volte a sinistra e 33 a destra, se si guarda la mappa del tracciato, anche se molti piloti tengono a precisare che le curve in realtà sono più di 150, se si contano i cambi di traiettoria più piccoli.


VERSTAPPEN, VITTORIA SFUMATA. Sia come sia, per chi non guida e sta a guardare chi guida non cambia nulla. Così come non cambia nulla che decidiate di fermarvi in pista a oltranza e dormire imbacuccati in un sacco a pelo con il cielo per soffitto e il frastuono dei motori in sottofondo o preferiate prendere un hotel per la notte. In entrambi i casi, la 24 Ore del Nürburgring saprà ripagarvi del viaggio fino all’ultimo centesimo, e anche di più. Perché la 24 Ore del Nürburgring ha tutte le caratteristiche di quelle famose esperienze che, com’è che si dice?, non hanno prezzo. Ah, quasi dimenticavamo, ma il dovere di cronaca chiama anche quando ci si diverte. La favola del team debuttante di Max Verstappen si è spezzata sul più bello più o meno a tre quarti di gara, quando l’esperto compagno di squadra Daniel Juncadella ha dovuto alzare bandiera bianca per un problema alla trasmissione mentre era in testa.

PIÙ DI TUTTO E TUTTI, VINCE LA PASSIONE. Così, la vittoria a cui pareva destinata la Mercedes numero 3 dipinta coi colori di una nota multinazionale austriaca di bevande energetiche è andata alla “gemella” numero 80 del team Ravenol (entrambe le vetture erano preparate dalla stessa scuderia, la Winward Racing), che 24 ore prima della bandiera a scacchi era scattata dalla venticinquesima posizione. Ma si sa, in 24 ore di gara può cambiare tutto, a maggior ragione su una pista come il ‘Ring, che da quasi cent’anni non fa sconti a nessuno e assai raramente perdona anche il più piccolo degli errori. Morale? Classifica a parte, la vittoria vera, ora che la Formula 1 è diventata un freddo gioco di ingegneria strategica più grande di lei, è che esistano ancora gare così…
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