
Ecco perché tutte le auto dovrebbero essere un po’ Keicar
Sono uno dei fenomeni più simpatici e intelligenti dell’intero settore automotive. Quasi impossibili da trovare in Europa, ma immensamente diffuse nel loro paese natale, il Giappone. Le Keicar non sono solo genuinamente buffe: sono ingegnose, e progettate da ingegneri con un bel po’ di sale in zucca. Le Keicar, e questo è storicamente accertato, furono la soluzione ideale per risollevare il paese del Sol Levante dopo la Seconda guerra mondiale: nel 1949, il governo giapponese introdusse una nuova categoria di auto per stimolare la ripresa dell’economia e dell’industria dell’auto. Erano auto microscopiche, economiche da comprare e da mantenere, parche nei consumi. E senza tanti fronzoli. La cosa funzionò e, in Giappone, funziona ancora oggi.

PICCOLE. ANZI, PICCOLISSIME. Le prime Keicar avevano dimensioni extra-small, anzi proprio XXS: meno di 280 cm di lunghezza e un metro di larghezza, con un frullatore da meno di 150 cc come motore. Con il tempo le cilindrate dei motori e le dimensioni sono cresciute, senza però dimenticare l’originario “spirito” popolare. Dal 1990 in avanti, le regolamentazioni delle Keicar prevedono 340 cm di lunghezza massima, 148 cm di larghezza, 2 metri di altezza e un motore che può arrivare fino a 660 cc di cilindrata e 64 cavalli di potenza. Praticamente, al confronto una Fiat Grande Punto è una Audi RS 6.
INTELLIGENTI E CON UN OCCHIO AL PORTAFOGLIO. Questi geniali auto-bonsai hanno dato vita a una vera e propria cultura in Giappone, sia per il loro stile sia per i vantaggi fiscali e assicurativi, che soprattutto in passato erano notevoli. Inoltre, nelle zone di campagna una Keicar è spesso esentata dall’obbligo di possedere un parcheggio prima di poter possedere un’auto, cosa che invece in Giappone vale nelle città. Un altro aspetto affascinante della categoria è il livello d’ingegno che c’è dietro questa specie di francobolli su ruote: vi sono una miriade di Keicar (spesso super accessoriate) diverse: sportivette, minivan, pick-up e via dicendo. E per far quadrare tutto l’occorrente in 3 metri e 40 bisogna per forza di cose utilizzare la materia grigia. Un toccasana, in un 2026 dove le suv sfoggiano sedili massaggianti o schermi rotanti per indurvi all’acquisto…

Mitsubishi Minicab
PER IL LAVORO… Le Keicar puntano alla sostanza, senza specchietti per le allodole. Prendete, per esempio, il Subaru Sambar Dias di fine anni ’90: in meno di 3,4 metri vanta la trazione integrale inseribile, un piccolo motore con compressore volumetrico collocato a sbalzo dietro il retrotreno, una quantità incredibile di spazio a bordo, vetri elettrici, “clima”, tendine parasole, tetto panoramico e sedili che si trasformano in un letto. Geniale. Lo stesso vale per il Mitsubishi Minicab, un pick-up anch’esso 4×4 con “clima”, radio e un pianale di carico ribaltabile ampio quanto quello di un Ford F-150 a cabina doppia. C’è spazio per tutto, tranne che per le cose inutili.

Autozam AZ-1

Honda Beat
… E PER IL DIVERTIMENTO! I monovolume e i pick-up in scala 1:18 la fanno da padroni nel mondo delle Keicar, ma i veri bijou sono le sportive. Famosissime sono la Autozam AZ-1 e la Honda Beat: entrambe hanno un look da Hot Wheels, un motore alle spalle del guidatore da 64 CV che frulla fino a 9.000 giri, cambio manuale a cinque marce e un peso inferiore agli 800 kg. Se invece preferite una versione ristretta in lavatrice della Mazda MX-5 puntate sulla Suzuki Cappuccino, che pesa solo 725 kg e ha, ovviamente, la trazione posteriore. Ancora oggi le Keicar uniscono praticità, simpatia, economia e intelligenza. Tutte cose di cui avrebbero bisogno anche le auto europee…

Suzuki Cappuccino





















