Charles Geschke, il papà del PDF e altre storie

Charles Geschke, il papà del PDF e altre storie

Il primo campanello d’allarme è stata la scomparsa di Steve Jobs, roba di quasi dieci anni fa ormai. E anche se nel caso del papà della Apple più che l’età poté la malattia, be’, quel fulmine a ciel sereno ha ricordato al mondo digitale che prima o poi arriva il momento in cui anche il futuro diventa passato. L’altro giorno è successo di nuovo. Con Charles Geschke, noto alle cronache cybernautiche come Mr. PDF. Nato nel ’39 a Cleveland, Ohio, l’ideatore del formato standard di documenti e formulari vari, negli Anni ’70 approda in Xerox, a Palo Alto (California). E se in quel periodo ormai tutti sapevano già cosa stesse succedendo da queste parti, la moda degli #hashtag non esisteva ancora e poteva capitare che neanche Charles si rendesse conto che quella distesa di niente punteggiata da capannoni, sarebbe diventata la fantomatica Silicon Valley. Eppure i paletti dell’appezzamento più fertile dell’Ovest erano stati piantati da un bel po’. Oltre alla Xerox, infatti, qui c’erano già l’università di Stanford e l’HP, l’azienda di Hewlett e Packard che iniziò la rivoluzione più pacifica della storia. Quella tecnologica. 

Charles Geschke (a sinistra), John Warnock (a destra)

Charles Geschke (a sinistra), John Warnock (a destra)

IN ORDINE ANALFABETICO, DALLA XEROX ALL’ADOBE. Passano dieci anni e Geschke un giorno va a casa di John Warnock. John ha la barba e ama il pallone come lui. Due così non possono che diventare amici. Per questo, quando li videro sparire dietro casa, nessuno si sorprese più di tanto. Perché questo è quello che succede nel Far West, quel lontano ovest nato on the road tra carovane di scappati di casa: ci si chiude in garage e si inventa cosa fare il giorno dopo. È per questo motivo che ogni volta che si apre un portone, da queste parti la gente ci sbircia dentro, sperando di vedere uno scorcio di futuro. Com’è successo con Twitter, nato nel box di una veterinaria (di qui nome e cinguettii), o con quello che inventano questi due amici qui, a due passi da un rigagnolo che si chiama, guarda caso, Adobe creek. “Ma che bel nome per una start-up di software”. Il resto è storia nota.

DAI BIT ALLA CARTA. Il debutto nella buona società dell’high tech avviene con un processo dalla sigla complicata WYSIWYG (ma che in realtà nasconde un messaggio chiarissimo: What You See Is What You Get, quel che vedi è quel che stampi). E visto che fino a quel momento i bit dello schermo, una volta trasferiti su carta, facevano un po’ quel che volevano, questa cosa sa di magia. Non a caso un maniaco della precisione come il padrone della mela morsicata fiuta le sue potenzialità e lo incorpora immediatamente nelle stampanti di Cupertino. Oggi l’effetto wow di questa roba si è persa, visto che è diventato l’abc del nostro mondo digitale. Anzi, parlarne sembra addirittura una nerdata pazzesca. Invece no. È la prima risposta di un uomo alle proprie manie. Perché Charles aveva un’ossessione. Figlio di un incisore che preparava le matrici per stampar foto sui giornali, è sempre stato perseguitato dalle immagini. Da aggiustare, ritoccare, impaginare. O rimuovere. Già perché quella della canna della rivoltella puntata in faccia che lo costrinse a lasciare la sua Mercedes nel parcheggio di Adobe per seguire i rapitori, be’ quella sì che sarebbe stata una cosa che l’avrebbe perseguitato per il resto della vita. E sarebbe anche successo, se la sua azienda non avesse investito in un programma capace di fotoritoccare la memoria. Photoshop. 

Silicon Valley

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