Le Mans ’66: così 60 anni fa la Ford annientò la Ferrari

Le Mans ’66: così 60 anni fa la Ford annientò la Ferrari

Quella che state per leggere è una delle storie più avvincenti dell’automobilismo sportivo. Molti, però, la conoscono solo per sommi capi e tanti l’hanno scoperta al cinema solo sette anni fa, con Le Mans ’66 – La grande sfida, uno di quei film che chi ha dentro il sacro fuoco dei motori da corsa non si stancherebbe mai di vedere. 

Ford GT Concept History: 1966 LeMans victory

RIUNITE LE TRE LEGGENDE
Nella 24 Ore di Le Mans del 1966 ci sono tante storie e metterle tutte insieme non è facile. La cosa più semplice sarebbe riportare le lancette dell’orologio indietro di sessant’anni, mettersi di buzzo buono e cimentarsi con un’analisi delle cronache dell’epoca. Roba da “ragionieri”: non il massimo del divertimento (parlando ovviamente col massimo rispetto per la categoria).

Rimaniamo quindi nel nostro, di tempo, anche perché abbiamo una bella notizia da darvi: nel 2026, dopo che non si riunivano da dieci anni, le tre leggendarie Ford GT40 che nel 1966 tagliarono in parata ai primi tre posti il traguardo del Circuit de la Sarthe sfileranno insieme al Festival of Speed di Goodwood e al Revival. Un sincero grazie, per questo, da parte di tutti gli appassionati, signor duca di Richmond.

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FORD CONTRO FERRARI, AMERICA CONTRO EUROPA
In attesa di vederli dal vivo, val la pena ricordare perché quei bolidi meritano a pieno titolo l’aggettivo “leggendari”. Chi all’epoca bazzicava nell’ambiente delle corse e aveva l’occhio lungo sapeva che quella 24 Ore di Le Mans sarebbe stata diversa dalle due precedenti. La Ford, che aveva speso una fortuna per creare quella “belva” che era la GT40, arrivava in Francia con molta più fiducia nei suoi potenti mezzi, convinta di poter battere la Ferrari su un terreno in cui fino a quel momento aveva regnato incontrastata.

In ballo c’erano il brivido e i risvolti commerciali di un successo per cui tutti avrebbero fatto carte false. Ma era anche una questione di orgoglio nazionale: in un certo senso, la Ford era l’arma con cui l’America dei motori voleva ferire l’Europa, rifilando una sonora spallata alla sua lunga tradizione in fatto di macchine da corsa.

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PROVA DI FORZA
Che la Ford nella 24 Ore di Le Mans del 1966 volesse fare le cose sul serio lo dimostra la “potenza di fuoco” messa in campo quell’anno, con la bellezza di otto GT40 7.0 V8 schierate ai nastri di partenza. La Ferrari rispondeva con due splendide, ma meno “terrificanti”, 330 P/3, mentre la Porsche, con le sue leggerissime e affidabili 906 Carrera 6, si era preparata al meglio per dominare la classe riservata alle vetture con motori fino a due litri di cilindrata.

Sin dalle prove è evidente a tutti, Ferrari in primis, che le Ford sarebbero state le auto da battere: Dan Gurney, pilota della GT40 numero 3 gestita dalla Shelby American, “divora” i quasi 14 km del circuito in poco più di tre minuti e mezzo a una spaventosa velocità media di oltre 230 km/h. Un passo insostenibile persino per i favolosi prototipi del cavallino rampante.

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PARTENZA DA BRIVIDI
Alle 15.30 del 18 giugno 1966, mezz’ora prima della partenza, dal cielo scende una pioggia leggera. Il via alla corsa lo dà Henry Ford II e Gurney prende subito il comando. Partono alla grande anche le altre Ford, tre delle quali, però, rientrano ai box dopo il primo giro: Ken Miles tribola con una portiera che non vuol saperne di chiudersi; a Whitmore si guasta un tubo dei freni; Hawkins è tradito dalla rottura dell’albero di trasmissione.

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LE FORD DETTANO IL PASSO
Alle 16.30 il miglior ferrarista è Pedro Rodríguez, quarto con la 330 P/3 numero 27, ma lontanissimo dagli scarichi della GT40 di Gurney, che conduce indisturbato. Intanto, i piloti delle Ford girano tre secondi più veloci rispetto ai tempi decisi dai team manager, che dal muretto dei box assistono col fiato sospeso. A mezzanotte le Ford di Gurney-Grant e Miles-Hulme e la Ferrari di Rodríguez-Ginther completano il loro 126º giro. La GT40 di Bruce McLaren e Chris Amon è indietro di una tornata, mentre l’altra Ferrari 330 P/3, quella di Lorenzo Bandini e Jean Guichet, accusa un ritardo di cinque giri.

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All’una di notte, delle 55 auto partite 23 hanno alzato bandiera bianca. La resa di Rodriguez è una buona notizia, per la Ford, che all’alba occupa le prime sei posizioni e alle otto del mattino tira una riga rossa sull’ultima 330 P/3 rimasta in gara: con problemi al circuito di raffreddamento del motore e la frizione ormai alla frutta, Bandini e Guichet sono costretti al ritiro. La stessa sorte, però, a causa del surriscaldamento dell’otto cilindri della loro GT40, poco dopo tocca anche a Gurney e Grant.

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VIETATO TIRARE IL FIATO
Nei box della Ford la tensione si taglia con un coltello. Nonostante tre macchine virtualmente sul podio, il bollettino dei ritiri illustri è un monito a non allentare la tensione neanche di un millimetro: per evitare di fare un passo falso e mandare tutto in fumo sul più bello, vengono allontanati fotografi e giornalisti. A mezzogiorno del 19 giugno la classifica recita: McLaren-Amon, Miles-Hulme, Bucknum-Hutcherson; seguono le Porsche che, pur giocando un’altra partita, danno una straordinaria prova di affidabilità.

Alle due del pomeriggio comincia a piovere e, visto il valore della posta in gioco, tutti rallentano. Nell’ultima ora la pioggia cessa, ma la pista resta allagata; Miles rientra due volte ai box per un problema ai freni e, nel frattempo, lo raggiunge McLaren, che aveva perso terreno per essersi fermato a fare rifornimento. Quando finalmente scoccano le 16.00, come da ordini di scuderia le Ford di Miles e McLaren, seguite da quella di Hutcherson, passano sotto la bandiera a scacchi praticamente affiancate. Praticamente, perché in realtà la prima a tagliare il traguardo è quella nera del neozelandese. Un colpo di acceleratore a tradimento di McLaren o, ipotesi più accreditata, un colpo di freno da parte di Miles, per protestare contro la decisione della dirigenza della Ford? Non si saprà mai.

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LA VITTORIA E LA BEFFA
I vincitori morali sono Miles e Hulme, ma il verdetto del cronometro è implacabile: McLaren era partito un po’ più indietro ed essendo arrivato appaiato a Miles aveva percorso una ventina di metri in più nelle 24 ore della corsa. Per un pilota dal talento e dal cuore enormi come Miles, che aveva dato tutto in gara (oltre che un contributo fondamentale nello sviluppo della GT40), è un colpo durissimo. Si sente tradito e c’è chi pensa che sia effettivamente stato vittima di un complotto. 

L’entusiasmo di Henry Ford II è alle stelle, anche se fatica a trasmetterlo a McLaren e Amon, che accettano la coppa dei vincitori con un certo imbarazzo. Da dietro le tribune, intanto, risuona la musica di un uomo che in mezzo al frastuono dei motori aveva suonato la sua fisarmonica quasi ininterrottamente per 24 ore, accompagnato da chitarristi che, per stargli al passo, si erano dovuti dare il cambio. Altri tempi, altre macchine, altri uomini…

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2 commenti su “Le Mans ’66: così 60 anni fa la Ford annientò la Ferrari”
  • J.J McClure ha scritto:

    Che talento (e che cuore) il mitico Ken Miles!! E pensare che qualche decennio prima guidava carri armati nella seconda guerra mondiale… una vera leggenda!

    • carburettor_guy ha scritto:

      Mito assoluto Miles! (E comunque, se come sembra le cose sono andate davvero così, il film è molto più realistico di quanto credessi…)

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