Bmw Z4: tanto hi-tech, pochi refoli

Bmw Z4: tanto hi-tech, pochi refoli

Quando arrivò a metà degli anni ’90, la Bmw Z3 fu un po’ una rivoluzione. Una spider così mancava dal cuore e dai garage degli appassionati da troppo tempo. Motore anteriore, trazione dietro, prestazioni allettanti, capote in tela, due posti secchi e un prezzo giusto per l’emozione che era capace di suscitare, anche solo a guardarla nel parcheggio. Nel 2002 arriva la sostituta, la Bmw Z4: una linea sciabolata, volumi giusti in forme avveniristiche. Rimaneggiata e aggiornata, tirerà il 2016. Tutto questo solo per dire che nel frattempo di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Gli altri produttori non sono stati a guardare e hanno sfornato modelli sensati e allettanti e, come se non bastasse, il tipo di auto per darsi delle arie pare non essere più una scoperta a due posti. Per questo c’è stato un momento in cui si temeva di dover assistere a un funerale, più che a un battesimo. Per scongiurarlo, tedeschi della Bmw e i giapponesi della Toyota si sono uniti in matrimonio. D’intenti. “Tu sviluppi la macchina (Z4), io ti aumento le vendite con la coupé che ne tiro fuori (Supra)”. Questa lunga premessa ha solo un valore di cronaca. Visto che a chi compra una spider come questa, che sia sorella di una coupé giapponese importa poco. Lo stemmino bavarese ha il suo peso e la capote abbassabile anche.

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POI C’È STATO IL BIG BANG. Esteticamente, della precedente Z4, non rimane niente. Le forme sono molto diverse, il posteriore è diventato un sederone alto e sodo, la fiancata è filante ma insapore e il muso è un po’ bitorzoluto. Bella? Brutta? È una domanda sbagliata. Nelle auto moderne non è più questione di estetica, né tanto meno di gusti, ma di pubblico. Guardando quest’auto, se si ha un po’ d’immaginazione, si capisce subito che ce n’è uno che la vorrà guidare. E anche da che gente è fatto. Il marketing la sa lunga, bello mio. La finitura opaca, va detto, fa girare la luce in un modo che mantiene lo sguardo concentrato sui particolari, che sembrano scolpiti nel metallo, e lo distoglie da quell’insieme evidentemente ispirato al Big Bang e a sofisticatissime teorie del caos. Una volta dentro, però, si ritrova quella piacevole ergonomia bavarese, a parte per il volante troppo ciccione, la leva del cambio è dove dev’essere e la rotella dell’infotainment pure. La strumentazione digitale fa un po’ videogioco, ma è leggibile e anche personalizzabile.

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GIÙ IL CAPPELLO. I secondi che si guardano in un’auto ‘senza tetto’ sono quelli in cui la capote sale e scende. E in questo caso sono solo 10, ed è azionabile fino a 50 km/h, il che vuol dire che scoprirla o ripararsi non è mai un problema. Tra l’altro l’insonorizzazione è incredibilmente buona per essere una copertura in tela e una volta ripiegata non mangia spazio nel baule.

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LA RETE NON TRATTIENE. A proposito di carico, comoda la retina sulla mensola dietro ai sedili, ottimo posto per giacche, computer o cose così. Invece è un peccato che quella vaschetta in zona cambio sia di plastica liscia… sarebbe un posto praticissimo per mettere il telefonino. Se non andasse da tutte le parti nelle curve. I sedili sono avvolgenti proprio come sembrano, ma sulle lunghe distanze sono molto più comodi delle apparenze. E il passacintura con la chiusura magnetica è decisamente un ‘dettaglio veloce’.

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M COME MUTO (E S’INTENDE IL VOLANTE). Sotto il cofano di questa Z4 M40i c’è un bel sei cilindri in linea di 2998cc (turbo), con 500 Nm a 1600 giri (si guida la coppia!) e 340 cavalli, che canta molto bene e allunga anche meglio. La Z4 pesa poco più di una tonnellata e mezza e nelle curve entra molto veloce. Non in termini assoluti, ma di celerità d’inserimento. Sembra un’anteriore cattiva finché non si apre il fuoco della polveriera… Una spider così si può usare in mille modi: per andare a passeggio in riva al lago, o per togliersi qualche sfizio in montagna. O anche nei trasferimenti da casello a casello. Già perché la funzione di veleggio permette di estendere l’autonomia e limitarne i consumi. Benzina bruciata in autostrada, benzina sprecata. Soprattutto con una scoperta. Il cambio sequenziale otto marce è veloce se usato in manuale e intelligente quando viene lasciato a sé stesso (in modalità sportiva le cambiate ovviamente si velocizzano e l’acceleratore diventa un bisturi. Almeno quanto i freni).

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TUTTA PERSONALIZZABILE. Dallo schermo che campeggia sulla plancia si possono regolare una serie di parametri con cui mantenere sportive le sospensioni, per esempio, ma non il motore. Insomma, puoi personalizzare la guida a seconda di come ti sei svegliato la mattina. Peccato che tutta questa meraviglia della tecnica arrivi nelle tue mani un po’ troppo diluita. E questo perché il volante non ama parlare al conducente e quindi non trasmette niente di quello che sta succedendo davanti, dietro e sotto. Sembra un po’ un simulatore di quelli di una volta. Che quando scendevi ti rimaneva un dubbio, “chissà come sarebbe stato guidare la macchina vera…”. Ma l’Oscar per il miglior protagonista va a un dettaglio fondamentale per una scoperta, il frangivento: che si infila tra i due roll bar in un baleno e che, una volta tolto, occupa pochissimo. Montato, cambia radicalmente la qualità di vita a bordo: l’aria non torna più indietro, la rumorosità cala, ma soprattutto la cervicale ringrazia.

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