Kia Stinger in ‘Ritorno al granturismo’

Kia Stinger in ‘Ritorno al granturismo’

A VOLTE RITORNANO – Granturismo, berlina e coreana. Tutto in una sola auto. E sì che l’avevano anche messo nero su bianco, i coreani: Kia, the power to surprise. Ma ci voleva questa Kia Stinger perché quel potere di sorprendere fosse chiaro a tutti. Del resto lo dice anche Peter Schreyer (papà dell’Audi TT e, ovviamente, della Stinger). “È davvero sorprendente che un’auto così sia stata fatta dalla Kia. Ma è altrettanto vero che non poteva farla nessun altro”. Di solito, queste cose vengono dette per aiutare i giornalisti a buttar giù qualche cosa. A riempire spazi, pagine e web. D’accordo. Ma questa volta è la verità. Vuoi fare la prova del nove? Guardati intorno e dimmi quante ne vedi di così. Le granturismo, sono quasi estinte (non star lì a sottilizzare sul numero delle porte). Certo, i tedeschi di varie latitudini, da Stoccarda a Monaco, sfornano cose muscolose e lussuose. Ma se le guidi, capisci subito che ormai sono un’altra cosa. Come se comfort fosse una bestemmia e track day il paradiso in terra. Posti angusti, sedili rigidi, sospensioni ispirate alla cassapanca del nonno, per non parlare del baule o della rumorosità. Cose che fanno godere lo sportivo che c’è in tutti noi, ma che fanno stramaledire ogni singolo chilometro che non sia in pista.

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C’È ARIA DI BAVIERA – Tu sai già cos’è una granturismo. Quindi non ti devo ricordare che è un’auto signorile (tra le antesignane c’era la Lancia Aurelia B20, se non sai qual è, chiedi al Duca di Richmond, che te la spiega), progettata per accompagnarti dove vuoi con tutta la velocità che può. Ma senza farlo pesare, a te e agli altri quattro che condividono quell’abitacolo travestito da salotto. È così perché lì dentro passerai più tempo che sul tuo divano di casa. Ecco perché fin dalla prima occhiata la linea della Stinger ti dice tutto quello che devi sapere: berlina a cinque posti e cinque porte (sì, quello dietro è un pratico portellone comandato elettricamente che la rende tecnicamente una due volumi), a motore anteriore e trazione integrale. Quel muso lungo, quel sedere a sbalzo, quelle prese d’aria un po’ dappertutto e non tutte vere (pare ci sia un premio per chi scopre quelle che non lo sono), le pinze dei dischi Brembo… Insomma, tutto fuori dice granturismo. Non c’è che dire, si vede che dietro c’è chi ha respirato l’aria della Baviera. Non sembra per niente un’asiatica. Ops, quasi per niente. Le cromature color dragone rampante lo sono al 100 percento. Però per fortuna non luccicano. Le noti solo se le guardi.

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SIGNORI IN CARROZZA! – Dentro, contrariamente a quello che succede di solito, il miglior punto di vista per godersi l’abitacolo non è quello del pilota. Dietro, per esempio, se non sei seduto in mezzo, viaggi più comodo di quello che condivide lo spazio vitale col volante. Questo, a dire il vero, lo pensi tu e tutti quelli che non l’hanno guidata. Perché quel motore 3300 cc V6, biturbo crea più dipendenza delle Haribo (370 cavalli docili lo fanno). E il tutto all’insaputa dei tuoi compagni di viaggio che si godono pace e tranquillità mentre tu lì davanti stai facendo il diavolo a quattro. Non devo ricordarti che la Stinger è stata sviluppata al Nürburgring (10000 chilometri sotto l’attenta supervisione dall’ex M Albert Biermann), giusto? Il motore è infinito, accelera come uno elettrico e allunga come un 12 (eresia? Provalo). Lo sterzo fa il suo dovere, ti dice cosa succede davanti, ma non ti stressa con informazioni che ti distrarrebbero da un bel panorama. La frenata è potente (nonostante il peso non piuma di una berlina lunga 483 cm: 1900 kg), ma quel pedale spugnoso fa più Rolls che M5. A qualcuno può non piacere, come a me. La plancia è pulita, semplice, con le sue bocchette tonde lì in mezzo e i pulsanti ben ordinati. Quel rivestimento fa molto auto sportiva anni ’70 (e non è una critica), anche lo schermino dove ci sono navigatore e tutti gli altri gadget del caso pare dello stesso periodo storico (e questa lo è). Almeno per risoluzione, perché in realtà il suo dovere lo fa bene. È anche intuitivo. Forse lo è meno la manopolina di destra con cui puoi fare varie cose (tipo ingrandire o ridurre la mappa). Più volte mi sono sentito un cretino perché ero convinto di girarla e invece aprivo e chiudevo la bocchetta che c’è lì sopra. Le plastiche che rivestono la parte posteriore dello schienale dei sedili davanti, cioè quelle alla mercé di bambini e bestie varie, sono discutibili. Prevedi già i segni che verranno. I sedili sembrano sportivi, ma sono comodi. Sostengono, riscaldano e rinfrescano a seconda delle esigenze (e del numero di giri). Purtroppo il ponte centrale non è il posto giusto dove tener ammennicoli digitali vari o bevande che non siano un bel tè bollente. Lì sotto c’è qualcosa che scalda più del dovuto e che non è stato isolato a dovere. Le modalità di guida sono sensate e ben calibrate. Quella economy è conservatrice per natura, se non schiacci il tasto del kick down che c’è dietro all’acceleratore non scala. In Sport sembra un’altra macchina, ma alla fine va forte comunque. Ecco, ma ‘sto andar forte cosa vuol dire esattamente? Vuol dire che lo 0-100 all’ora lo fa in 5,5 secondi e che quando sei a velocità autostradali ti viene una curiosità quasi infantile: cosa succede se schiaccio di più? È pensando a quando puoi andare forte che ti sorprendi della silenziosità e dello spazio del baule. Era una granturismo, no?

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