Mercedes Classe G, diario in fuori strada da Graz

Mercedes Classe G, diario in fuori strada da Graz

Il parabrezza sembra una teca di vetro che protegge un cielo dipinto da Monet, una distesa immensa d’azzurro con qualche chiazza di grigio qua e là e una manciata di timide nuvolette. Se fossi in una galleria d’arte, mi godrei in silenzio l’ameno spettacolo, ma la metafora impressionista non smette di rimbalzarmi all’impazzata su e giù, tra lo stomaco contratto e la gola secca, che non riesce a vibrare e da cui vorrei far uscire fuori un’unica preghiera: “Speriamo di non ribaltarci!”.

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NON C’È SALITA CHE TENGA. Mi trovo nel bel mezzo di una rampa di cemento del G-Class Experience Center di Graz, in Austria, aggrappato con la stessa sottile angoscia a un’improvvisa e totale fede negli dei del fuori strada e al volante di una fiammante Mercedes G 500. La pendenza dell’80% e l’inesperienza tirano brutti scherzi, perché in realtà, mi tranquillizza Miha Klojčnik, il mio coraggioso e invidiabilmente serafico istruttore, non c’è assolutamente nulla di cui preoccuparsi: con il cambio automatico ci si dimentica della frizione, il riduttore è inserito e tutti e tre i differenziali sono bloccati. Quello che a me pare un muro invalicabile, in pratica, per la Mercedes Classe G è poco più di una salitella. Senza contare che, alla voce “pendenza massima superabile”, la scheda tecnica recita “100%”, il che dovrebbe far rallentare il mio battito cardiaco, ma il timore di cadere ed esibirmi in rovinose capriole all’indietro non svanisce fino a quando le ruote anteriori non “pregustano” l’approdo in cima al terrapieno.

Miha Klojčnik, classe ’79, con la Mercedes Classe G numero 500.000 uscita dallo stabilimento Magna Steyr di Graz nel 2023. Nato in Slovenia nello stesso anno della mitica 4×4 tedesca, dal 2003 è istruttore di guida in fuori strada al G-Class Experience Center

Miha Klojčnik, classe ’79, con la Mercedes Classe G numero 500.000 uscita dallo stabilimento Magna Steyr di Graz nel 2023. Nato in Slovenia nello stesso anno della mitica 4×4 tedesca, dal 2003 è istruttore di guida in fuori strada al G-Class Experience Center

QUANDO SERVE, HA UN OCCHIO IN PIÙ. Fortuna che, a sciogliere un po’ la tensione, c’è un’utilissima funzione dal nome suggestivo, “cofano trasparente”, con una telecamera che riprende ciò che dal posto di guida gli occhi, per ovvie ragioni di prospettiva, non possono vedere. Catechizzato da Miha, procedo con un filo di gas, fissando con una certa apprensione lo stesso monitor su cui probabilmente il 99% dei proprietari di una 4×4 così lussuosa di solito fa “zapping” tra le mille app offerte dal sistema multimediale. Ed è a questo punto che mi sorge spontanea una domanda: “Ma come si farebbe senza?”, pur sapendo che le frecce montate sulle creste dei parafanghi, eredità glamour della capostipite del 1979, non sono solo una moda, ma aiutano realmente a percepire gli ingombri del cofano prima che sia troppo tardi. Peccato che, con i fari volti al cielo, servano poco o nulla…

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LA PIETRA DIVENTA VELLUTO. Prima prova superata, ma l’idea di essere salito su un piedistallo non mi sfiora neanche. E ci mancherebbe altro. La macchina – che, per chi non lo sapesse, è una delle fuoristrada più inarrestabili di sempre – non deve dimostrare nulla. Io, tutto. A me stesso, che non ho mai affrontato esperienze simili al volante di un’automobile. A Miha, che non voglio certo deludere. E naturalmente alla Classe G, che per il bene di tutti noi merita di essere trattata con i guanti bianchi. Me lo ripeto continuamente, in silenzio, mentre un tappeto di sassolini scricchiola sotto le gomme e la discesa rocciosa che si allunga vertiginosamente davanti a noi minaccia di trasformarsi in un pericoloso trampolino di lancio. Anche in questo caso, però, non c’è alcun motivo di avere paura. La robustezza delle traverse e dei longheroni del telaio e l’ampia escursione delle sospensioni, unite a una generosa altezza da terra e agli sbalzi ridotti, fanno sì che l’unica cosa di cui debba preoccuparmi davvero è di premere con energia e a fondo corsa il pedale del freno, rilasciandolo con la massima delicatezza per non scivolare bruscamente tra una roccia e l’altra e incappare in scossoni che non sarebbero un toccasana per la mia cervicale. Il tutto, comunque, si rivela più facile del previsto, e quando l’occhio si è abituato a concentrarsi su massi e spuntoni a distanza ravvicinata, il dirupo è ormai agli sgoccioli.

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BALLA IL TWIST. Per raggiungere la seconda area di test imbocchiamo una stradina sterrata che si snoda in un labirinto di strettoie e alberi. Il percorso è un colabrodo, perciò molto diligentemente resisto alla tentazione di risvegliare gli spiriti bollenti del V8, ma Miha mi invita a togliere le marce ridotte e ad aumentare un po’ i giri del motore, spiegandomi in un buffo italiano che quella, per la Classe G, è “autostrada”. Pozzanghere e cunette scorrono così veloci che quasi non ce ne accorgiamo, ma la spensieratezza dura giusto un paio di curve: devo affrontare la temuta prova del twist, una sequenza ravvicinata di monticelli disposti ad arte per far sollevare una o due ruote. Premo i tasti per bloccare i differenziali, in modo da evitare che le ruote sospese a mezz’aria girino a vuoto, a scapito di quelle appoggiate al terreno, che, per contro, hanno bisogno di potenza per farci sgattaiolare fuori da quella che, altrimenti, sarebbe una trappola impossibile da aggirare. Fa quasi tutto la Classe G, per mia fortuna, ma devo comunque ricordarmi di dosare l’acceleratore con il contagocce, perché i 422 cavalli del motore a benzina, mi fa notare Miha, non rispondono ai comandi con la stessa dolcezza dei 330 forniti dal sei cilindri a gasolio che muove la più “tranquilla” versione 400 d.

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ESAME SUPERATO. Me ne accorgo di nuovo in un esercizio del tutto simile, ma nel quale al posto delle collinette ci sono ripidi e aguzzi dossi rocciosi, intervallati da crateri in cui si ha la netta sensazione di spanciare e restare intrappolati. Ancora una volta, però, la realtà supera l’immaginazione e spazza via ogni timore. Le ruote si muovono come le zampe di un ragno e la Classe G avanza imperterrita con la calma ascetica di un fachiro sdraiato su un letto di chiodi. In tutto questo, ho lasciato libero il differenziale anteriore, cosa che fa quasi sdilinquire Miha: “Ben fatto! Da qui chi è alle prime armi – mi dice raggiante – solitamente non esce senza bloccarli entrambi”.

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MEGLIO SEGUIRE… LE SUE INCLINAZIONI. Prendo e porto a casa il complimento e a questo punto, ringalluzzito, con uno spirito d’avventura degno di Robinson Crusoe mi domando cosa mai potrà fermare un’auto che sembra non conoscere ostacoli. Tra le possibili risposte, scartati i 70 centimetri della palude in cui sguazziamo godendoci il gorgoglio dell’acqua che inghiotte quasi per intero le ruote, si palesa all’improvviso la prova di ribaltamento laterale. Che, ovviamente, consiste nell’evitare che ciò si verifichi. Il valore limite dichiarato dalla casa, ossia quello oltre il quale si rischia di schiantarsi su un fianco, è di 35º, e seguendo le istruzioni di Miha lo raggiungiamo in più di un’occasione. Nessuna paura: devo “semplicemente” dimenticarmi di essere sulla lama dell’equilibrio e tenere, per quanto possibile, le ruote dritte, e naturalmente essere pronto ad agire sul volante per raddrizzare l’auto quando serve, con un occhio fisso sull’inclinometro e la massima fiducia nella fisica. Che, come la matematica, non è un’opinione: fin quando il baricentro non supera la verticale che passa per il centro ruota, è tutto sotto controllo. Anche se ci si ritrova con la guancia a poco più di un palmo da una distesa di fango. Se bastasse così poco per mettere in crisi la Classe G, del resto, i contorni della leggenda non si mescolerebbero con quelli della realtà.

Foto: Dirk Weyhenmeyer

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