Come ho progettato il mio sogno, Adrian Newey

Pubblicare l’edizione in lingua locale dell’autobiografia di un personaggio di alto livello nel mondo del motorsport, ancora in attività, a quattro anni dall’uscita dell’originale potrebbe non essere una buona idea. Lo è invece in questo caso perché l’uomo in questione si chiama Adrian Newey e ha progettato la RedBull RB16B con cui un paio di settimane fa Max Verstappen ha vinto il Campionato del Mondo Piloti di Formula 1: il tema della progettazione di una monoposto vincente a dispetto di un motore meno performante rispetto alla concorrenza è di grande attualità.

AdrianNeweyRedBull

QUATTRO CHIAVI DI LETTURA. Il volume, di oltre quattrocento pagine, conquista l’appassionato di corse quanto lo spettatore passivo della Formula 1 e permette di trovare almeno quattro livelli di lettura: quello tecnico, perché nel libro sono pubblicati numerosi disegni che il numero uno degli ingegneri aerodinamici attivi nel motorsport ha tracciato per mostrare le innovazioni introdotte sulle sue monoposto, quello sportivo, perché inevitabilmente il tomo ricostruisce quasi quarant’anni e altrettanti campionati di Formula 1, con qualche interruzione dovuta all’attività di Newey negli USA per la March impegnata nella Formula CART, quello umano, a cominciare dai sensi di colpa mai superati da Adrian per la morte di Senna sulla sua Williams e dai difficili rapporti con Patrick Head e Ron Dennis, e quello personale.

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SCELTE DI CUORE. Quest’ultimo livello di lettura è forse il più interessante e per certi versi divertente per chi non conosce Adrian Newey, perché permette di scoprire l’attitudine ingegneristica e creativa del cinque volte campione del mondo con i piloti RedBull (4 con Vettel e 1 con Verstappen) esistente fin da ragazzino. Newey sembra divertirsi nel tratteggiarsi come un ragazzino agitato con la passione per le auto da corsa prima ancora che per le corse, privo di uno stimolo decisivo per percorrere la carriera di pilota ma comunque capace di guidare ad alto livello sia vetture ultrasportive moderne sia monoposto di Formula 1 sia auto storiche in gare di durata (oddio, le sue Ford GT 40 e Jaguar E-Type hanno avuto bisogno di autentiche ricostruzioni dopo gli incidenti capitatigli nel 2006, prima alla Le Mans Classic e poi a Goodwood). Nella sua autobiografia Newey si diverte a raccontare le feste scatenate della RedBull, che impiegò qualche anno prima di essere presa sul serio come scuderia automobilistica, e dimostra profonda ammirazione per alcuni piloti più di altri: Nigel Mansell, un autentico ‘mastino’ in pista, Damon Hill, capace di risollevare la Williams dopo la morte di Senna, i finlandesi Hakkinen e Raikkonen, che portarono in alto la McLaren dopo anni poco gloriosi per la squadra di Woking dimostrando freddezza e capacità di autocontrollo nelle difficili situazioni di gara, e Sebastian Vettel, artefice dei quattro mondiali 2010-11-12-13 vinti consecutivamente dalla RedBull. Altro aspetto interessante, nel carattere di Newey e nella narrazione, la visione dell’ingegnere più conteso della Formula 1, capace di dire di no a tante offerte, Jaguar e Ferrari in primis, nonostante prospettive di compensi eccezionalmente alti, per poter seguire il progetto nel quale lui credeva di più in un determinato periodo. Come appunto quello della RedBull, una sorta di ‘start-up’ della Formula 1 divenuta il team di riferimento non solo per i successi ottenuti ma anche per la capacità di creare una nidiata di talenti grazie alla scuderia satellite Toro Rosso (oggi Alpha Tauri) tra cui Vettel, Ricciardo e Verstappen, ma anche Carlos Sainz jr e Pierre Gasly (sia pure successivi alla pubblicazione dell’edizione originale del libro, datata 2017) e di dar vita a un “indotto ingegneristico” con la RedBull Advanced Technologies. E pensare che tutto era cominciato nel 1981 con un incarico poco più che informale alla Fittipaldi, preferita allora da Newey alla Lotus e alla British Leyland che gli avrebbero offerto un ruolo nel mondo per lui poco entusiasmante delle vetture di serie.

AdrianNeweyIndyCar1986

A 27,55 euro Come ho progettato il mio sogno è una bella lettura da tenere sul comodino durante le vacanze di Natale (non lo finirete in una sera, sappiatelo!), in cui la narrativa di Newey (che nei ringraziamenti non fa mistero dell’aiuto ricevuto dal ghostwriter Andrew Holmes) conquista a dispetto di una traduzione lungi dall’essere impeccabile e da una sintassi perfettibile. Un libro nel quale la mancanza più evidente è però quella di un apparato iconografico all’altezza dei contenuti: al netto dei disegni tecnici, si contano solo 12 fotografie dopo i ringraziamenti. Peccato.

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