
Cinque “belve” da famiglia per vacanze a tutto gas
Oggi chi ha bisogno di un’auto con un abitacolo e un bagagliaio adatti a tutta la famiglia nove volte su dieci sceglie una crossover o una suv. Fino a quindici-vent’anni fa, invece, quando questi “ibridi” tra una berlina e una fuoristrada che spesso prendono il peggio da entrambe andavano di moda solo in America, chi aveva bisogno di un’auto con un abitacolo e un bagagliaio adatti a tutta la famiglia sceglieva una wagon o una monovolume. Modelli di cui fino alla prima decade degli anni 2000 le vetrine delle concessionarie di un po’ di tutti i marchi erano rigonfi, motivo per cui diversi costruttori si spingevano addirittura a proporne delle versioni sportive o mal che andasse con una generosa dose di cavalli sotto il cofano. Modelli che ovviamente all’epoca erano di nicchia e di nicchia sono rimasti, ma con una differenza sostanziale: la spesa per acquistarli oggi è irrisoria rispetto ai prezzi che avevano quand’erano nuovi.

MONOVOLUME SPORTIVA? OK, FACCIAMOLA! La Opel, tanto per dire, della Zafira (sobria e rassicurante monovolume basata sulla meccanica della berlina Astra ma con il passo allungato di 9 cm per far viaggiare più largo chi sedeva dietro) nel 2001 lanciò la versione OPC. Quelle tre lettere con la Corsa o la sopracitata Astra si sposavano come il pane con il burro, ma siccome fare compatte sportive era una cosa che bene o male facevano più o meno tutti, a Rüsselsheim decisero di fare qualcosa di più ardito e finirono così per confezionare un’auto da famiglia capace di scatti e riprese da sportiva vera. Paraurti dal taglio più grintoso, gomme con spalla ribassata e sospensioni irrigidite facevano da contorno al pezzo forte, un vivace 2.0 turbo a benzina da 192 CV. La casa prometteva allunghi sul filo dei 220 orari e uno “0-100” in 8,2 secondi. Oggi una Opel Zafira OPC vale intorno ai 10.000 euro e tutto sommato ci può anche stare, visto che trovarne una (almeno in Italia) è quasi impossibile.

ROBA DA MATTI. In tutta onestà, a chi manca un’auto come la Mercedes Classe R? Questa straordinariamente goffa e sgraziata monovolume tedesca nata nel 2005 e rimasta sciaguratamente in vendita fino al 2013 ha dato un solido contributo alla diciamo… non eccezionale reputazione delle vetture della stella a tre punte di quei dimenticabili anni. Ma quell’assurdo nonsense che è la versione 63 AMG della R, che per farla breve è un minivan solo un po’ più basso di un minivan con uno straripante V8 a benzina da 510 CV, merita una piena redenzione. E la merita per acclamazione anche se oggi i pochi che ne hanno una non sono disposti a separasene per meno di 50.000 euro. Perché l’effetto “pugno in un occhio” resta, ma fare una monovolume con gli stessi cavalli di una Ferrari F430 Scuderia non è una cosa da tutti. È proprio una cosa da pazzi.

NON È CHE PER CASO VI ANDREBBE UN BEL W8? Restiamo in Germania, ma dalla signorile Stoccarda traslochiamo nella grigia Wolfsburg e torniamo indietro di qualche anno. Vi viene in mente qualcosa? A noi sì: la Volkswagen Passat W8 del 2002, che quanto ad abbinamento auto-motore non ha nulla da invidiare alla Classe R della Mercedes e va da sé che questo non è un complimento, ma almeno è una bella macchina. Dato a Cesare quel che è di Cesare, veniamo a questo tanto chiacchierato W8. Un motore che rende questa Passat in pratica un laboratorio viaggiante, dal momento che il suo 4.0 con otto cilindri disposti a ventaglio servì agli ingegneri tedeschi più che altro per capire come accordare al meglio l’ancor più grosso W12 che avrebbe mosso la berlina di gran lusso Phaeton e la “cugina” Audi A8 e la grande suv Touareg, nonché il mostruoso W16 della Bugatti Veyron. Più che per i 270 CV che riusciva a sprigionare, il W8 della Volkswagen stupiva per la sua raffinatezza, ma i 250 orari di punta massima (limitati elettronicamente) e i 6,5 secondi promessi per bruciare lo “0-100” non erano certo numeri da buttare via. E comunque, il motore a W è diventato famoso grazie alla Volkswagen, ma a inventarlo (anche se aveva solo tre cilindri) è stato un pilota e progettista di motociclette milanese, Alessandro Anzani, nel lontano 1907. Giusto per ricordarci di cosa sono capaci certi italiani. Tornando alla Passat W8, qualora voleste fare la pazzia e comprarne una, sappiate che se ne trovano anche a meno di 5.000 euro. Se vi manca qualche rotella (o magari non avete alcun bisogno di farvi un giro in un reparto della neuro, ma volete semplicemente togliervi lo sfizio), mi raccomando: compratela wagon.

LA FAMIGLIARE SECONDO IL BISCIONE. Siccome un attimo fa abbiamo parlato di un italiano di cui andare orgogliosi, proseguiamo il nostro viaggio alla (ri)scoperta delle auto da famiglia ad alte prestazioni proprio in Italia. Ahhh, l’Alfa Romeo 156 Sportwagon GTA, dove le due “h” dopo l’interiezione propria “Ah” non sono un errore di battitura ma denotano l’apprezzamento che gli appassionati nutrono nei confronti della versione più potente della wagon del Biscione, che grazie a quel “gioiello” che è il 3.2 V6 da 250 CV, canto del cigno del sei cilindri a V progettato dal mitico Giuseppe Busso, regalava un concerto di raffinata meccanica e scatti brucianti a ogni accelerata. Certo, lo spazio per i passeggeri e per i bagagli non era neanche lontanamente quello che ci si sarebbe attesi da una famigliare, ma a chi comprava un’auto del genere importava poco o nulla. A proposito di comprarne una: oggi vanno messi in conto non meno di 20.000 euro.

SCELTA RADICALE (NON RADICAL). Avete presente la classica Volvo famigliare disegnata con il righello e tagliata a colpi d’accetta? Massì, quella che oggi va alla grandissima in quegli ambienti misto hipster e radical chic in cui è sconveniente presentarsi con una costosa macchina di lusso nuova di zecca ma nei quali invece va benissimo bazzicare al volante di una ex costosa macchina di lusso oggi divenuta sinonimo di impegno intellettuale per temi a un tempo nobili e urgenti come la democrazia, la pace nel mondo e la tutela della diversità e dell’inclusione. Ecco, nel caso delle Volvo 850 T5-R e R dimenticatevi della curiosa evoluzione sociale subita da questa robustissima wagon svedese degli anni ’90, perché le cose importanti non hanno a che fare con la politica. Vi basti sapere che sotto il cofano pulsa un bel 2.0 turbo a benzina da 211 CV (nel caso della R, per giunta, abbinato a un differenziale posteriore autobloccante che migliora e rende più appagante la guida grintosa tra le curve). In Italia i dati dicono che ne sono state vendute solo 844 e in giro qualcuna se ne trova ancora. Se vi “accontentate” di un’auto nera e un po’ vissuta (si fa per dire: sono macchine praticamente indistruttibili) potreste spendere anche meno di 10.000 euro.





























