
Non avrà 1.000 CV ma è questo il V8 perfetto
Ormai ci stiamo quasi abituando a hypercar con zone rosse del contagiri sopra quota 10.000 e potenze considerate fiacche sotto i 1.000 CV. Eppure, fino a non molti anni fa, non servivano motori così “esagerati” per mandare in visibilio gli appassionati. Un esempio calzante è quello della Ferrari 458 Speciale del 2013.

PIÙ LEGGERO, PIÙ POTENTE, PIÙ “CATTIVO”. Con la Ferrari 458 Italia la casa di Maranello fece un salto quantico rispetto alla precedente F430 e la Speciale era esattamente ciò che il suo nome annunciava: un qualcosa da ricordare, da ammirare con gli occhi sgranati. La Ferrari modificò a fondo il 4.5 V8, la cui potenza, grazie a una messa a punto più “cattiva” e a componenti mutuati dall’esperienza nelle competizioni come i pistoni forgiati e le bielle in titanio, salì da 570 a 605 CV, per uno spaventoso (all’epoca e ancora oggi) rapporto di 135 cavalli/litro.
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FU IL MOTORE DELL’ANNO. Entrando maggiormente nei dettagli: la Ferrari ristudiò la fluidodinamica delle camere di combustione per migliorare aspirazione e scarico, i collettori di scarico furono ridisegnati e quelli d’aspirazione accorciati di 10 mm. L’alzata delle valvole crebbe del 5% grazie a un profilo più spinto e il rapporto di compressione salì da 12,5:1 a 14:1. Gli uomini di Maranello migliorarono anche i circuiti di lubrificazione (a carter secco, come nelle auto da corsa) e raffreddamento e tutto questo lavoro nel 2014 valse alla Ferrati la vittoria del premio “Engine Of The Year”.
LE EMOZIONI BATTONO I NUMERI. Sempre parlando di numeri, la coppia massima di 540 Nm è disponibile a 6.000 giri, mentre per sfruttare tutti i 605 CV di cui è dotato il V8 bisogna far schizzare la lancetta del contagiri a quota 9.000, regime al quale, qualora fosse necessario precisarlo, l’otto a V di Maranello è pura musica per le orecchie degli appassionati. Lo “0-100” non viene “bruciato” in due secondi netti e per il quarto di miglio non bastano otto secondi, ma ve ne importa qualcosa? A noi, francamente, no: siamo più rapiti dalla tecnica e dal fascino di questo capolavoro italiano. Che non avrà tremila cavalli ma ha un qualcosa di molto più importante: l’anima.

















