Perché gli alfisti rimpiangono le Alfa Romeo di una volta e snobbano quelle di oggi?

Perché gli alfisti rimpiangono le Alfa Romeo di una volta e snobbano quelle di oggi?

Marchio tutto particolare, l’Alfa Romeo. A pensarci bene, non c’è casa automobilistica al mondo in grado di evocare una passione così viscerale né di creare un senso di appartenenza altrettanto profondo. Sarà perché le sue auto hanno fatto rima con velocità sin dagli albori, perché ha vinto i primi due Mondiali di Formula 1 e ben undici volte la Mille Miglia. Sarà perché senza l’Alfa la Ferrari, che per inciso di Mille Miglia ne ha vinte “solo” otto, probabilmente non sarebbe mai nata. Sarà anche perché, prima della Giulietta e della Giulia, neanche a un matto da legare sarebbe venuto in mente di poter correre e vincere con una berlina da famiglia…

La monoposto Alfa Romeo GP Tipo 159 “Alfetta” con cui nel 1951 la casa milanese vinse il suo secondo Mondiale di Formula 1

La monoposto Alfa Romeo GP Tipo 159 “Alfetta” con cui nel 1951 la casa milanese vinse il suo secondo Mondiale di Formula 1

IL PRE E IL DOPO FIAT, TRA LUCI E OMBRE. Per tanti anni l’Alfa Romeo è stata tutto questo e per tanti appassionati è stata e continua a essere una specie di religione. Ma a un certo punto la luce del credo alfista ha cominciato ad affievolirsi. E oggi, in tempi tristemente bui per i romantici dell’automobile, il culto pagano per quelle automobili grintose e veloci che hanno fatto battere all’unisono i cuori di intere generazioni di appassionati contempla un universo temporale che appartiene a un passato ormai lontano e inafferrabile. Le frange più “estremiste” del popolo alfista sull’Alfa Romeo di oggi ci hanno messo una croce su nel 1986, data considerata un doloroso spartiacque perché sancisce la fine della gestione pubblica dell’azienda, che per molto tempo potè permettersi il lusso di produrre in perdita automobili dalla meccanica raffinata, e l’inizio di quella del gruppo Fiat, segnata da una spietata “razionalizzazione” dei costi che, al netto di qualche sporadico exploit, ha finito col tradursi in una graduale, inesorabile banalizzazione del marchio.

Alfa Romeo Alfasud TI

Alfa Romeo Alfasud TI

AH, QUANDO LE ALFA ERANO DIVERSE… Ma perché c’è chi rimpiange (e sono tanti…) il rombo potente del grintoso quattro cilindri bialbero a carburatori che ha equipaggiato le Alfa Romeo dalla 1900 degli anni ’50 all’Alfa 75 degli anni ’80 e quello altrettanto accattivante del boxer delle Alfasud e delle Alfa 33? Perché molti nutrono e coltivano una tenera e profonda nostalgia per quel mix, all’epoca irreperibile nelle rivali, di potenza, prestazioni, tenuta di strada e precisione di guida? Perché finché l’Alfa Romeo ha fatto le auto a modo suo, le sue auto erano nel bene e nel male diverse da tutte le altre. Non erano prive di difetti, anzi guai a sostenere il contrario. Solo un “alfazioso”, per parafrasare il titolo di un divertente libro che Gippo Salvetti, tra i più grandi collezionisti e fini intenditori della casa milanese, ha scritto per Fucina, solo un “alfazioso” dicevamo farebbe spallucce minimizzando sulla nota e comprovata lentezza del cambio dell’Alfetta degli anni ’70. E allo stesso modo, solo un “alfazioso” sorvolerebbe sui seri problemi di ruggine che affliggevano le Alfasud dello stesso periodo. Ma quei motori e quel coinvolgimento nella guida, talvolta impreziositi da linee intramontabili firmate da grandi designer come Giorgetto Giugiaro, Marcello Gandini, Franco Scaglione ed Ermanno Cressoni, facevano chiudere volentieri un occhio sui punti deboli. E accendevano la passione.

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Alfetta

Sopra, a partire dall’alto: la Giulia, l’Alfetta e l’Alfa 75, tre generazioni di berline dell’Alfa Romeo molto apprezzate dagli appassionati per le loro grandi doti di guida

Sopra, a partire dall’alto: la Giulia, l’Alfetta e l’Alfa 75, tre generazioni di berline dell’Alfa Romeo molto apprezzate dagli appassionati per le loro grandi doti di guida

UN PROBLEMA DI CREDIBILITÀ. Con la nascita del gruppo FCA, nella seconda metà degli anni 2010 sono arrivate la Giulia e la Stelvio, considerate praticamente all’unanimità delle vere Alfa dal momento che nella guida si collocano (e qui non è una questione di “fede”, ma di obiettività) un gradino se non due gradini più in alto rispetto alle migliori concorrenti. Ma forse non è bastato, o comunque qualcosa dev’essere andato storto, a livello di marketing, di comunicazione o di strategia commerciale, se quelle pur valide vetture non hanno ottenuto il successo che avrebbero meritato, peraltro in un contesto in cui le auto cominciavano tristemente con l’assomigliassi un po’ tutte quante e la guida a livellarsi miseramente verso il basso. C’è chi dice che è un problema di identità: quella impressa dalla Fiat a cavallo tra la seconda metà degli anni ’80 e l’inizio dei 2010 si sarebbe allontanata da quella costruita in decenni di costante ricerca dell’eccellenza al punto da sgretolare la credibilità del marchio. Meccaniche condivise e piattaforme riadattate, a conti fatti, si sono in effetti tradotte in auto non proprio memorabili, dalla 155 dei primi anni ’90 derivata dalla Fiat Tipo (che pure si è guadagnata un posto tra le Alfa che contano con la vittoria del Campionato turismo tedesco nel 1993) alla Mito del 2008 e alla Giulietta del 2010, che solo e soltanto per favorevoli condizioni congiunturali hanno avuto una carriera più fortunata delle più raffinate Giulia e Stelvio.

La berlina Giulia e la suv Stelvio oggi in vendita: la loro guida appagante non si è tradotta in buoni risultati commerciali per l’azienda

La berlina Giulia e la suv Stelvio oggi in vendita: la loro guida appagante non si è tradotta in buoni risultati commerciali per l’azienda

La concept car CuoreRosso ha riacceso gli animi degli appassionati. La casa ha dichiarato che le Alfa Romeo di prossima generazione si ispireranno alle sue forme accattivanti e che i modelli più sportivi avranno una meccanica full hybrid con il V6 biturbo a benzina della Giulia Quadrifoglio

La concept car CuoreRosso ha riacceso gli animi degli appassionati. La casa ha dichiarato che le Alfa Romeo di prossima generazione si ispireranno alle sue forme accattivanti e che i modelli più sportivi avranno una meccanica full hybrid con il V6 biturbo a benzina della Giulia Quadrifoglio

UNA CONCEPT CAR PER SOGNARE IN GRANDE. Sia come sia, di certo ogni giorno che passa l’Alfa Romeo diventa un qualcosa di sempre più distante da quello che è stata fino al 1986. E non è da “talebani” affermare che esiste un prima e un dopo nella storia del Biscione e che la data che separa quel prima e quel dopo è proprio quel fatidico 1986; affermarlo, semmai, è da persone intellettualmente oneste, che affrontano la realtà dei fatti senza farsi illusioni, liberi da ogni ipocrisia. L’Alfa Romeo, molto semplicemente, è diventata un’altra cosa. Bisogna accettarlo, senza voler forzare connessioni con il passato che non stanno in piedi; piuttosto, conviene guardare ai successi più recenti, lasciando almeno per un momento da parte i freddi numeri che solo a sprazzi, in 116 anni di storia, sono andati a braccetto con il marchio in termini di vendite e profitti. E comunque, uno spiraglio di luce ora c’è: si chiama CuoreRosso ed è una concept car che, nelle premesse e nelle promesse dell’azienda, dovrebbe cambiare volto al marchio e cominciare a ridargli quello smalto andato perduto nel corso del tempo. 

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