Se ogni auto è sportiva, allora nessuna lo è più

Se ogni auto è sportiva, allora nessuna lo è più

Un paio di settimane fa abbiamo parlato del concetto di auto sportiva e ci siamo concentrati su quali siano le caratteristiche che lo definiscono. Oggi torniamo sull’argomento per sottolineare come da decenni l’aggettivo sportiva venga abusato e appioppato a ogni tipo di automobile. Specie chi ne cura la comunicazione, forse nella speranza di renderla più appetibile. E di venderne qualcuna in più. Una volta, invece, tutto era più chiaro. Quando nel Secondo dopoguerra è iniziata la motorizzazione di massa, il sogno era quello di permettersi un’utilitaria: le Fiat 600 e 500 in Italia, la Volkswagen Maggiolino in Germania, la Citroën 2CV e la Renault 4 in Francia, e così via.

L’Alfa Romeo Giulietta, una delle auto sportive più desiderate del boom economico; negli anni ’50, potevano permettersela in pochi

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ROBA DA RICCHI. In quegli anni le auto sportive erano coupé e spider che solo l’alta borghesia poteva permettersi, mentre le supercar erano solo per i ricchi veri. In ogni caso, benché affascinanti, le carrozzerie erano più o meno sempre dello stesso tipo. Insomma, tutto era molto chiaro, finché Carlo Abarth un bel giorno non rese la velocità alla portata di molti. Ma anche dopo varie modifiche, sessant’anni fa nessuno si sarebbe sognato di definire la 500 un’auto sportiva. E così è stato fino agli inizi del decennio successivo, quando “piccole” come l’Autobianchi A112 Abarth e compatte come la prima Volkswagen Golf GTI iniziarono a cambiare il paradigma, ampliando e democratizzando ulteriormente il concetto di auto sportiva.

L’Autobianchi A112 Abarth (qui sopra) e la Volkswagen Golf GTI (qui sotto) hanno aperto la strada a intere generazioni di utilitarie e compatte sportive. Una categoria ormai in via d’estinzione

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IL DIESEL “SPORTIVO”. Da lì in avanti è successo veramente di tutto e l’aggettivo “sportiva” è stato associato a qualsiasi tipo di auto, dalle citycar alle monovolume, e a prescindere dal motore. Quando poi, nella seconda metà degli anni ’90, il sistema di iniezione del gasolio common-rail affrancò il diesel dalle sue origine agricole, creando motori dalla coppia generosa e disponibile già a bassi regimi, il concetto di sportività è arrivato anche lì e tanta gente si è convinta che un motore che spingeva forte già a 2.000 giri facesse rima con sportività.

Sopra, l’Alfa Romeo 156, berlina dalla meccanica raffinata il cui successo si deve anche ai vivaci motori turbodiesel con cui era proposta in alternativa ai quattro cilindri Twin Spark e ai V6 a benzina; sotto, un’Audi Q5 ibrida nel grintoso allestimento S-Line

Sopra, l’Alfa Romeo 156, berlina dalla meccanica raffinata il cui successo si deve anche ai vivaci motori turbodiesel con cui era proposta in alternativa ai quattro cilindri Twin Spark e ai V6 a benzina; sotto, un’Audi Q5 ibrida nel grintoso allestimento S-Line

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SPORTIVITÀ: PARLIAMONE. Fin qui abbiamo parlato di tecnica, poi c’è la narrazione. Quante volte il concetto di sportività definisce gli allestimenti delle auto? Cerchi sportivi, finiture sportive, paraurti sportivi, volante sportivo e via dicendo. È il principio su cui si basano le versioni S-line dell’Audi, AMG-line della Mercedes e MSport della BMW, per intenderci e per ricordarci, ancora una volta, di quanto i tedeschi siano bravi a fare leva sul marketing per generare profitti. Il business è business, e non di discute, ma il risultato è che tutto questo ha finito per annacquare, per non dire svilire, il concetto di sportività. Fateci caso: la presenza di vere auto sportive nel mercato del nuovo è inversamente proporzionale all’abuso del concetto di sportività. Ne avevamo già parlato lo scorso anno, commentando la scomparsa dai listini di quasi tutte le sportive “popolari”: ci riferiamo alle compatte “pepate” a trazione anteriore, visto che, ormai che l’austerity condiziona anche le scelte tecniche delle case, quelle con la trazione 4×4 si contano sulle dita di una mano.

La Mazda MX-5 seconda serie (sopra) e la Toyota GT86 (sotto) sono due tra le sportive più affermate nel mercato dell’usato

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LA SOLUZIONE HA UN NOME E SI CHIAMA USATO. Delle coupé, invece, si era persa traccia da un bel po’ di tempo prima, ossia dai primi anni 2000. Insomma, chi oggi vuole guidare un’auto sportiva e non ha centinaia di migliaia di euro da destinare alla sua passione, deve per forza optare per una macchina di seconda (o terza, o quarta…) mano. Nel mercato dell’usato il ventaglio della scelta si allarga notevolmente e, restrizioni sulla circolazione permettendo, è ancora possibile scegliere l’auto sportiva che rispecchia i propri gusti. Noi restiamo convinti del fatto che, a definire un’auto sportiva, sono innanzitutto le sensazioni che regala al pilota, nonché la “chimica” che si instaura tra guidatore e mezzo meccanico. Cose infinitamente più importanti del verdetto del cronometro nel fatidico “0-100”.

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