Addio Bruce Meyers, il papà del dune buggy

Addio Bruce Meyers, il papà del dune buggy

Bruce Meyers se ne va a 94 anni, dopo una lunga malattia. Diplomato disegnatore alla scuola d’arte, veterano di guerra, demolitore di record nel deserto e persino costruttore di automobili. E non di vetturette qualsiasi, ma di una vera icona made in USA. Una specie di Leonardo da Vinci ma con i capelli biondi, il costume da bagno perennemente addosso e la tavola da surf appoggiata su una vasca di vetroresina con le ruote, autocostruita. Un genio minimalista, che ha creato un mito.

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LA PRIMA DUNE BUGGY, COPIATA DA TUTTI. Meyers è senza ombra di dubbio il papà delle dune buggy. La sua Meyers Manx è stata la prima, quella che tutti poi hanno scopiazzato trasformando un’idea semplice e per ‘uso personale’ in uno delle più grandi intuizioni dell’automobilismo moderno. Già, perché se tutto fosse andato come da programma di dune buggy al mondo ce ne sarebbero state non più di una ventina. Quelle che Bruce voleva costruire per i suoi amici, alternative economiche e dalla manutenzione inesistente alle Civilian Jeep, su cui caricare una tavola da surf e andare a cazzeggiare in spiaggia, oppure ad alzare un po’ di polvere verso il confine con il Messico. Certo, qualcuna delle oltre 300mila dune buggy ancor oggi in circolazione ha avuto una vita decisamente più noiosa, ma lo spirito le accomuna tutte; e queste pulci colorate te lo riescono a trasmettere in una frazione di secondo.

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KIT CAR PER ECCELLENZA. Meyers è stato un produttore di automobili atipico. Infatti, le costruiva usando le automobili degli altri. La sua creazione, infatti, prendeva a prestito motore, cambio e telaio dal Maggiolino Volkswagen; la base di partenza poteva essere tanto un esemplare nuovo di pacca quanto un vecchio rottamone pieno di ammaccature: bastava che telaio e meccanica fossero accettabili, tanto il resto finiva nel cassonetto a vantaggio di un pezzo unico in vetroresina, senza tetto né cofano. La democratizzazione dell’auto scoperta, ma anche il più grande esempio di kit car di sempre. Talmente di successo da far nascere come funghi decine di imitatori in tutto il mondo, come i nostrani Puma e Automirage che provarono ad applicare lo stesso concetto anche a meccaniche tricolori (ad esempio la Pickwick di Automirage su base Fiat 126) ma senza replicare il successo esagerato dell’originale. Avrebbe potuto essere l’inizio, anche da noi, di un mondo fantastico di gente che si costruisce le macchine in garage come si faceva – da bambini – con le Mini 4WD della Tamiya. Ma a parte qualche fortunato che negli Anni ’70 è riuscito a fare il retrofit di un vecchio Maggiolone, da noi la storia delle kit car si è esaurita quasi subito. Ci siamo sfogati con altro, ad esempio pompando i boxer VW delle dune buggy con qualche componente in prestito dai cataloghi Porsche o magari facendo qualche swap ‘diversamente street legal’ con i motori delle VW-Porsche 914.

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NATA PER LA BAJA. Sebbene l’immaginario collettivo legato alle dune buggy ci rimandi al surf, alle spiagge di sabbia perfetta della California e a ragazzi e ragazze senza pensieri che giocano a beach volley, la Meyers Manx non era nata per un uso così rilassato. Bruce Meyers, infatti, fu uno dei pionieri della Baja 1000, il rally-raid che si corre dal 1962 nei deserti tra Messico e California, in cui fu protagonista di un record di percorrenza durante il quale il suo dune buggy stracciò una motocicletta, fino a quel momento l’unica alternativa possibile per vincere la competizione. Quindi se al giorno d’oggi vi possiamo raccontare di belve come la SCG Boot di Glickenhaus un po’ lo dobbiamo anche a Bruce Meyers.

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IL MITO ANDRÀ AVANTI. La storia della Meyers Manx non finisce con l’ultimo raid di Bruce Meyers. Sebbene la produzione originale terminò nel 1971 dopo 6mila esemplari (e un grave incidente di gara che quasi portò via una gamba allo stesso Meyers), l’azienda è rinata nel 2000 per la produzione della iconica Classic Manx e di altri modelli sempre in kit. Da qualche mese però, Bruce aveva passato il testimone a un fondo di investimento, che ha nominato come capo del design un ex VW-Audi-Porsche e punta a rilanciare – di nuovo – la leggenda. (Testo: Cesare Sasso)

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