Alfa Romeo 155 DTM: il Quadrifoglio che annientava le tedesche

Alfa Romeo 155 DTM: il Quadrifoglio che annientava le tedesche

Negli Anni ’90 a scaldare le piste del Nord Europa non c’era solo l’Eurodance. A conquistare il pubblico di Germania ci pensava infatti anche il sound del V6 dell’Alfa Romeo 155 V6 Ti DTM. Un ritorno ai successi del passato, visto al recente Auto Moto d’Epoca 2021 e vissuto grazie ad Autoluce, che ha esposto, e dato la possibilità al pubblico della Fiera di Padova di ammirare l’auto che ha conquistato il DTM: l’unica straniera capace di imporsi sulle teutoniche Opel, BMW e Mercedes. Ripercorriamo insieme la storia di uno degli emblemi del Quadrifoglio, un’auto che ha fatto la storia moderna del Biscione.

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NATA DI SANA PIANTA. C’è sempre un nome dietro la leggenda, e per l’Alfa Romeo 155 DTM è quello di Giorgio Pianta. Sotto la guida del compianto ex-pilota, ingegnere e direttore sportivo (che dire, una ‘life for racing’), l’Alfa Corse riuscì a creare una Belva, in grado di battere lo squadrone Mercedes. Come? Correva l’anno 1993 e la FIA aveva appena varato la nuova categoria per le auto turismo. Abbandonate le Gruppo A si passò alle D1, veicoli che con la serie condividevano solo la silhouette della scocca (rigorosamente in fibra di carbonio) e la cilindrata del motore da 2,5 litri, lasciando libera interpretazione nelle elaborazioni a progettisti e ingegneri. È da qui che nacque la 155 2.5 V6 TI DTM, sviluppata dall’entusiasmo dell’ingegnere Pianta e che poco, o meglio nulla, aveva in comune con la vettura di serie. Sotto al cofano il V6 da 2,5 litri erogava 420 cavalli a 11800 giri ed era montato in posizione longitudinale (sull’auto di serie, a trazione anteriore, è trasversale) per fare posto ai differenziali, dotando così la vettura della trazione integrale.

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INNOVAZIONE CONTINUA. Come suggerisce la cavalleria, pur mantenendo il V6 a 60° Busso da 2,5 litri con monoblocco e testa in allumino di serie, anche il cuore della 155 2.5 V6 TI DTM era del tutto unico, montando, tra gli altri, le valvole d’aspirazione in titanio e la lubrificazione a carter secco. Un motore che avrebbe spinto l’Alfa Romeo 155 DTM fino al 1995, prima di essere sostituito in un geniale coupé de theatre (siamo nel 1996) da un nuovo sei cilindri con V di 90° e una provenienza (francese) alquanto peculiare (qui per saperne di più). Tornando invece alla regina del ’93, il reparto Alfa Corse pose poi anche grande attenzione alla gestione della vettura, dotando il veicolo di un nuovo carter cambio in magnesio, contenente la trasmissione a sei marce sequenziale. Al capitolo trazione troviamo, appunto, un sistema a quattro ruote motrici con una ripartizione del 33 percento all’avantreno e 67 percento al retrotreno e due differenziali, posizionati sull’asse anteriore e al centro del telaio, quest’ultimo di tipo epicicloidale. A distinguere la 155 V6 Ti DTM dalle altre auto da corsa dell’epoca era infine l’avanzata elettronica di gestione con tre centraline interconnesse per motore, cambio e ABS, tanto costose da valere almeno la metà del costo totale della vettura (valutato all’epoca in circa un miliardo di lire).

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PESO PIUMA. Si sa, le performance nel mondo del motorsport nascono dall’incontro tra potenza e leggerezza, e questo l’ingegner Pianta lo sapeva bene. Infatti, l’Alfa Romeo 155 2.5 V6 TI aveva un peso piuma di soli 1040 kg, raggiunto grazie alla carrozzeria in fibra di carbonio e i soli 110 kg di peso del V6. Una combinazione perfetta, che permetteva alla regina italiana delle DTM di scattare da 0-100 km/h in soli 2″5 e di raggiungere una velocità massima di oltre 300 orari.

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IL PALMARES. L’Alfa Romeo 155 V6 Ti DTM fu come un fulmine a ciel sereno per le rivali, tanto da obbligare lo squadrone Mercedes a cercare di abbatterla. Una sfida che toccò il punto massimo di attrito a Singen nel 1994, con la vendetta di Nannini’, sull’incidente architettato da hoc dal box tedesco e studiato per fare perdere il secondo titolo consecutivo alla casa di Arese. Il debutto del Biscione nel DTM nel 1993 era stato infatti qualcosa di sensazionale con una cavalcata vincente di 12 successi su 20 gare, che regalarono il titolo alla vettura italiana guidata da Nicola Larini. Vittorie passate alla storia come quella conquistata sulla Nürburgring Nordschleife: era dal successo di Tazio Nuvolari nel 1935 che mancava un’Alfa Romeo sul gridino più alto del podio all’Inferno Verde.

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