America chiama Italia/2: in USA il design è italiano

America chiama Italia/2: in USA il design è italiano

All’inizio degli Anni ’50 i jet di linea, i calcolatori, la tecnologia domestica e gli studi sui voli spaziali mettono in orbita l’America. Nell’universo dell’Automobile si immaginano auto volanti, missili a quattro ruote che sfrecciano sulle autostrade del futuro e bolidi supersonici. Gli americani sono fantasiosi ed estrosi, creano concept e prototipi per galvanizzare il pubblico. Ma non possono fare a meno degli stilisti e carrozzieri italiani, gli unici capaci di dare un minimo senso – e stile – ai loro ‘voli pindarici’. Ecco le principali auto da sogno, pensate in America ma nate grazie al genio italiano nel design.

Intermeccanica Apollo GT

Intermeccanica Apollo GT

INTERMECCANICA APOLLO GT 1962. Nei primi Anni ’60 le GT stradali cambiano: da auto da corsa con sedili in pelle, radio e cromature (Ferrari 250 TDF, Aston Martin DB2, Alfa 1900, Maserati A6G/54, Fiat 8V, Lancia Aurelia B20) a supercar stradali confortevoli e raffinate. E poi c’è la Dolce Vita: il cinema, la moda, Mastroianni, Brigitte Bardot, Sophia Loren… Intanto in California Newton Davis e Milton Brown fondano la International Motor Cars e progettano una possente GT con stile italiano. Il design viene inizialmente affidato a un certo Ron Plescia ma la prima proposta è deludente e l’incarico passa al grande Franco Scaglione. La torinese Intermeccanica di Frank Reisner (un ungherese emigrato negli USA) si occupa della carrozzeria. In un telaio tubolare viene alloggiato un V8 Buick, da 3,5 o 5 litri, poi vestito con una leggera pelle in alluminio. L’Apollo piace, è un po’ Jaguar E-Type, un po’ Ferrari 275 GTB. La produzione inizia nel ’62 ma a causa degli errori di budget l’azienda va in fallimento dopo circa novanta esemplari (tra cui una decina di spider). La Vanguard Industries di Dallas, prima, e la Apollo International Co. di Pasadena, poi, tentano di riprendere il business ma, in totale, dopo un’altra ventina di unità il progetto chiude definitivamente.

Lincoln Indianapolis Boano

Lincoln Indianapolis Boano

LINCOLN INDIANAPOLIS BOANO 1955. Nei primi Anni ’50 Henry Ford II deve ravvivare i marchi del Gruppo e creare interesse ed emozione attorno ad essi, anche perché la Edsel ha deluso e la Chevrolet ha creato la Corvette. Ford recupera un telaio Lincoln e si rivolge a Mario Boano, al quale affida l’incarico di creare un qualcosa di sensazionale. Questi concepisce la Navigator: un frontale molto lungo, con calandra nascosta e fari verticali quadrupli. I parafanghi anteriori ‘si buttano’ nelle portiere e terminano in tre finti tubi di scarico cromati. Sono bilanciati da alte prese d’aria nei bordi dei fianchetti posteriori e da cinque aperture sui fianchi. Le ruote scompaiono sotto il flusso dei parafanghi e il parabrezza avvolgente si completa con un grande lunotto che integra i montanti C.

Lincoln Indianapolis Boano

Lincoln Indianapolis Boano

La carrozzeria è rifinita in una brillante tonalità di arancione, l’interno è confezionato con selleria in trama di bandiera a scacchi. Dopo il Salone di Torino la Navigator torna in America, forse nelle mani dello stesso Ford. Sembra sia poi passata all’attore Errol Flynn. Da qui passa attraverso vari proprietari della East Coast, un completo restauro nel 2001 e vari eventi d’Eleganza. Nel 2015 viene venduta all’asta a oltre un milione e duecentomila dollari.

Dodge Fire Arrow I

Dodge Fire Arrow I

DODGE FIRE ARROW 1953. Nel ’53 Chrysler vara il progetto di quattro concept futuristiche denominate Fire Arrow e disegnate da Virgil Exner. La prima, la Fire Arrow I, è una roadster statica, bassa e filante, molto slanciata. Un’unica modanatura fa il giro completo della carrozzeria e si trasforma, davanti e dietro, nei paraurti. Sotto quello anteriore sono ricavati due coppie di fari gemellati mentre al centro la grande presa d’aria sembra l’ingresso di un reattore. Sulle fiancate i passaruota ribassati nascondono l’accesso alle ruote. Ha tubi di scarico a vista, due per ogni lato. Il debutto è così positivo che Chrysler allestisce una versione marciante. Nasce la Fire Arrow II, praticamente identica alla prima tranne i fari anteriori singoli e la modanatura che si interrompe all’altezza delle luci.

Dodge Fire Arrow III

Dodge Fire Arrow III

Per il terzo prototipo la Chrysler collabora la Carrozzeria Ghia, con cui ha rapporti dall’inizio della decade. La Fire Arrow III ha una forma ancora più aderente alla realtà. È verniciata in un elegante azzurro metallizzato e presenta una vistosa griglia concava, due coppie di scarichi verticali e due piccole coppie di paraurti. La pilotessa Betty Skelton la porta a quasi 231 km/h sul circuito di prova della Chrysler. L’ultima, la Fire Arrow IV (1954) è una vera auto stradale con tutti gli allestimenti corretti per l’omologazione. In pratica una Fire Arrow III Convertibile e con quattro posti. 

Dodge Fire Arrow IV

Dodge Fire Arrow IV

CADILLAC STARLIGHT PININFARINA 1959. Al Salone di Parigi del 1959 la Pininfarina presenta una concept commissionata dalla General Motors e con marchio Cadillac. La Starlight è una lunghissima coupé pienamente a suo agio negli spaziosi ambienti della Fifth Avenue a Manhattan o Sunset Boulevard a Los Angeles. La parte più interessante è il tetto, un unico grande componente di plexiglass con il rivestimento superiore costituito da quattro pannelli metallici scorrevoli lungo i montanti (un sistema simile alle moderne Porsche 993, 996 e 997 Targa). 

Cadillac Starlight Pininfarina

Cadillac Starlight Pininfarina

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