Auto d’evasione: senza di loro, guai!

Auto d’evasione: senza di loro, guai!

Quante volte, durante la nostra adolescenza, abbiamo sognato il giorno in cui avremmo avuto la patente e una macchina per essere più liberi e indipendenti. Anche solo il foglio rosa da neodiciottenni era già un immenso traguardo. Poter avere un raggio d’azione pressoché illimitato per le scorribande con i nostri amici, un mezzo – ma anche un luogo intimo – con cui ‘ampliare’ i nostri orizzonti in compagnia dell’anima gemella. Negli anni del boom economico, sedersi in una piccola 500 equivaleva a toccare il cielo con un dito; per non parlare della 600, in cui tutta la famiglia poteva viaggiare ancora più comoda. Ci si andava a fare la gita fuoriporta, il weekend, la vacanza e lo si usava per raggiungere semplicemente il proprio luogo di lavoro, in autonomia e al riparo dalle intemperie. Non scordiamoci poi del periodo Sessanta/Settanta, tra rivoluzioni, voglia di pace e libertà assolute: quattro ruote spartane erano la soluzione preferita per andare – e sostare – ovunque. Negli Anni ’80 e ’90, invece, l’auto è diventata un bene di massa: essenziale per chiunque e status symbol da ostentare per alcuni privilegiati. L’arrivo di internet, smartphone e social, l’innalzamento degli indici d’inquinamento e il Dieselgate, unitamente al cambio radicale di alcuni elementi all’interno della nostra gerarchia dei valori hanno ormai ridotto l’appeal che gravitava attorno alle autovetture. Si, perché oggi sono state relegate – tranne in casi particolari – ad essere il capro espiatorio delle istituzioni – con tasse e provvedimenti atti a farne circolare sempre meno – e comunque ad oggetto (apparentemente come stiamo scoprendo) non più indispensabile. Abbiamo scelto dieci vetture che reputiamo esser state, più di molte altre, simbolo d’evasione. Come leggerete, alcune si sono guadagnate la classifica per meriti propri, altre grazie alle pellicole cinematografiche – si, siamo anche dei cinefili – in cui sono state osannate.

lancia-Aurelia C

CITROËN 2CV. Il briefing costruttivo era ben chiaro: doveva trasportare due contadini in zoccoli e 50 kg di patate o un barilotto di vino, a una velocità massima di 60 km/h e con un consumo di 3 litri per 100 km. E il conducente entrare a bordo con il suo cappello in testa. La 2CV arriva nel 1948 e mantiene tutte le promesse; nessuno avrebbe però mai pensato potesse farlo fino al 1990 – anno in cui è uscita di produzione. Evasione agreste e bucolica, ma anche di stile alternativo.

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NUOVA FIAT 500. Due cilindri, 479 cc di cilindrata, 13 cavalli. Inizialmente – siamo del 1957 – costa 490mila lire, circa un anno di stipendio operaio. È l’auto italiana per antonomasia, per decenni simbolo della libertà di movimento all’insegna della spensieratezza e della gioia di vivere tipicamente tricolori. Evasione dalle fatiche, ma anche dai lutti e dai sacrifici della seconda guerra mondiale.

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LANCIA AURELIA B24. Roma, ferragosto 1962. Vittorio Gassman è Bruno Cortona, dinamico uomo di mezza età, seduttore incallito e amante delle vetture sportive, che s’imbatte nel giovane Roberto Mariani – impersonato da Jean-Louis Trintignant – studente di giurisprudenza rimasto nella Capitale deserta per preparare alcuni esami. Bruno chiede a Roberto di effettuare una telefonata da casa sua e poco dopo la coppia parte a bordo della Lancia Aurelia B24 Spider, facendo corna, sorpassi azzardati e suonando un clacson tritonale. Una fuga verso la libertà, la vacanza, e lo svago, fino al tragico epilogo.

lancia-Aurelia B

DODGE CHALLENGER. (Film: Vanishing Point) Kowalski è un fulmine con occhiali scuri e basette che attraversa gli States a velocità supersonica. In aereo? No, a bordo di una Dodge Challenger bianca del 1970 e con motore 440. Perché? Per una scommessa: deve arrivare a San Francisco in meno di 15 ore partendo dal Colorado, dove ha fatto il pieno di benzina e anfetamine. In questa specie di Easy Rider a quattro ruote, si racconta il mito assoluto dell’uomo libero da ogni vincolo, un momento evasivo di ribellione contro ogni genere di omologazione.

4. Dodge A

VOLKSWAGEN BULLI. Dobbiamo ringraziare gli schizzi su carta di Ben Pon, importatore olandese del Maggiolino, se la casa di Wolfsburg ha deciso di produrre il mitico Transporter – o Bulli/ Bus/Kombi – il mezzo che ha tenuto a battesimo il concetto stesso di camper. Il successo autentico e la successiva consacrazione ad icona, è giunta insieme al movimento hippy, a fine Anni ’60: migliaia di Bulli di terza mano, riverniciati a colori vivaci e trasformati in camper con grande inventiva, sono rapidamente diventati il manifesto di un nuovo stile di vita, a cavallo tra sex, drug, rock and roll ed evasione. La versione full electric oggi è già pronta: be ready.

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MINI COOPER. (Film: The Italian Job) Tre minuscole e rapidissime Mini Cooper sono protagoniste di una rocambolesca fuga nel cuore di Torino. Quest’azione si è resa necessaria dopo il colpaccio organizzato da Mr. Croker – Michael Caine – per impadronirsi del denaro versato dalla Cina alla Fiat per l’apertura di un nuovo stabilimento automobilistico italiano vicino a Pechino. Un’evasione in piena regola, che si serve di un gigantesco ingorgo creato mediante intervento sul sistema di controllo automatizzato dei semafori sabaudi e della concomitanza con la partita di calcio Italia-Inghilterra. La vetturetta disegnata da Issigonis non è mai tramontata: da sempre emblema di libertà e anticonformismo, in ogni contesto.

6. Mini B

VOLVO 240 SW. Volvo è sempre stata sinonimo di sicurezza e cura dei dettagli. La vettura che più ha reso famoso la casa svedese in Italia e nel mondo – a partire dalla prima metà degli Anni ’70 – è forse stata la 240 Polar, station wagon dal gusto inconfondibile, simbolo di una generazione dai canoni estetici precisi ed interprete di un certo stile di vita. La sua praticità ha rappresentato per molti un ideale che corrispondeva ai propri desideri ideali: evadere e affrontare viaggi lunghissimi in giro per l’Europa, inseguendo mete infinite. E con un bagagliaio da 2100 litri a divano posteriore ripiegato, il tutto poteva riuscire con notevole semplicità.

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JEEP WRANGLER. Erede della Willys prima e della CJ poi, l’inarrestabile Wrangler arriva sul mercato nel 1987. Grazie alle sue motorizzazioni potenti e alle doti fuoristradistiche ineccepibili queste 4×4 a stelle e strisce è da sempre portavoce della necessità di alcuni outsider di evadere dagli schemi della mobilità più tradizionale: con una Wrangler si può andare dove gli altri non possono. Robusta, inarrestabile, affidabile, stilosa, caratterizzata da un’estetica senza tempo e tutto sommato quasi sempre accessibile.

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FORD THUNDERBIRD. Nel film Thelma e Louise, diretto nel 1991 da Ridley Scott, il sessismo viene fatto letteralmente esplodere, mettendo in luce uno stupro e una vendetta, non verso un singolo, ma verso l’Uomo in senso lato. Geena Davis e Susan Sarandon interpretano due donne libere, emancipate e arrabbiate: compiono un salto nel vuoto – non solo metaforico – che rappresenta un’evasione verso il nulla, o forse verso il tutto. Come? On the road, al volante di una Ford Thunderbird del 1966. La vettura originale usata nel film ha ancora gli autografi dell’allora esordiente Brad Pitt sul divanetto posteriore e di Susan Sarandon sul parabrezza.

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DATSUN B210. Christopher McCandless è stato un viaggiatore americano, classe 1968. Un bel giorno, appena terminati gli studi, inizia un viaggio nell’ovest degli States per vivere in solitudine e ritrovare se stesso. Lo fa inizialmente con la sua Datsun B210 del 1982, acquisto fatto durante dell’ultimo anno di liceo. Giungerà nelle terre selvagge e inospitali dell’Alaska nell’aprile del 1992, con pochi viveri e praticamente nessuna attrezzatura. La sua storia ha ispirato un libro nel 1997 ed un film – Into The Wild, diretto da Sean Penn – uscito dieci anni dopo. Un’evasione dalla routine, dalla realtà, dalla società, ma anche dalla sicurezza, dal conformismo e dal tradizionalismo: tutti elementi che sembrano assicurare la pace dello spirito. Ma è lo stesso McCandelss a scrivere testuali parole ad un amico: “In realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo”.

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