Eldorado, la Maserati che sognava l’America

Eldorado, la Maserati che sognava l’America

Ha vagato nell’universo delle corse automobilistiche degli anni ’50 come un meteorite: un’esplosione improvvisa, che ha lasciato tracce irreversibili e oltrepassato le tribune di un circuito. Nella storia della Maserati, la parabola della 420 M-58 Eldorado si è esaurita in una sola corsa, andata peraltro così così: settima, pur senza arrivare al traguardo a causa di un incidente, nel sensazionale (e oggi quasi dimenticato) Trofeo dei Due Mondi, in cui nel 1958 per la seconda e ultima volta l’Europa e l’America dei motori si sfidarono mettendo in campo i loro uomini e i loro bolidi migliori. 

6 Maserati Eldorado

INDY CONTRO FORMULA 1. Da una parte le monoposto mattatrici degli ovali d’oltreoceano, dall’altra le regine europee del Campionato del mondo di Formula 1. L’insolita sfida, promossa da Enzo Ferrari e organizzata dall’Automobile Club d’Italia in collaborazione con l’ente che gestisce il circuito di Indianapolis, sulla sponda del vecchio continente appare tecnicamente proibitiva. Le regole del gioco spianano la strada alle corazzate americane, trasformando l’autodromo di Monza e la sua sopraelevata in ‘Monzanapolis’. L’ovale, inutilizzato dal 1933 e ripavimentato nel 1955, è un campo di gara del tutto simile allo storico catino dell’Indiana, costruito nel 1909 e sede della 500 Miglia più famosa del mondo, che la Maserati aveva vinto nel 1939 e nel 1940. Il primo confronto monzese tra le Indy e le Formula 1 va in scena il 23 giugno del 1957. Delle quindici monoposto scese in pista, ben dieci arrivano dagli Stati Uniti. I piloti del Circus, legittimamente preoccupati per i rischi di una corsa che poco o nulla ha a che fare con i gran premi europei, boicottano praticamente in blocco l’evento: le uniche Formula 1 in griglia sono la Ferrari della Scuderia Cottione, pilotata da Mario Borniggia, e la Maserati ufficiale di Jean Behra. È un trionfo annunciato, con tutt’e tre le manche dominate dai bolidi yankee, imbattibili grazie ai potenti motori Offenhauser e Novi, e ai robustissimi telai costruiti dagli specialisti Kuzma, Kurtis Kraft e Watson. A difendere i colori dell’Europa sono soltanto le Jaguar D-Type della scozzese Ecurie Ecosse, che sopravvivono alle fatiche della corsa, ma rimangono relegate ai piedi del podio. 

Stirling Moss Maserati Eldorado

UN NUOVO FINANZIATORE. Nel 1958 la 500 Miglia di Monza si ripete con le stesse regole, ma con una novità: Ferrari e Maserati, questa volta, reggono il confronto con i bolidi a stelle e strisce, ulteriormente rinforzati per resistere alle sollecitazioni meccaniche causate dalla pavimentazione tutt’altro che regolare dei tratti sopraelevati. Neanche il tempo di festeggiare il Campionato del mondo di Formula 1 del 1957, conquistato da Juan Manuel Fangio con la 250 F, e la casa del Tridente, stretta nella morsa di una grave crisi finanziaria, finisce in amministrazione controllata. La famiglia Orsi, proprietaria della fabbrica dal 1937, è costretta a dire addio alle corse. Naufragata ogni possibilità di vedere ai nastri di partenza una Maserati ufficiale, a rappresentare il marchio del Tridente nel Trofeo dei Due Mondi è la monoposto 420 M-58 commissionata e finanziata dall’imprenditore Gino Zanetti, patron dell’industria dei gelati Eldorado. Verniciata di bianco e non di rosso, il colore assegnato dalla federazione internazionale alle auto italiane, la macchina presenta in vari punti della carrozzeria il logo e il pittogramma dell’azienda che, un paio di decenni più tardi, avrebbe portato sulle spiagge e nei bar italiani il Calippo e il Cucciolone. All’epoca forse in pochi potevano rendersene conto, ma era l’atto d’inizio di una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre le regole del motorsport: per la prima volta in Europa, una macchina da corsa sfoggiava i colori di un’azienda estranea al mondo dei motori

Maserati Eldorado con meccanici

IL GIOCO SI FA DURO. L’alfiere designato a tenere alto il nome della Maserati e della Eldorado nella seconda edizione della 500 Miglia di Monza risponde al nome di Stirling Moss. Al campione britannico, che nel corso della sua carriera ha saputo interpretare come pochi altri i bolidi del Tridente, spetta l’arduo compito di fronteggiare i rivali statunitensi, fisicamente più allenati per reggere i sobbalzi e le impressionanti accelerazioni delle sopraelevate. Forti dell’esperienza del 1957, in cui di fatto la Maserati non aveva potuto far altro che limitarsi a prendere le misure dei team americani, gli uomini del Tridente sviluppano la 420 M-58 cercando di interpretare al meglio il regolamento Indy. Per prima cosa, riducono la cilindrata del V8 derivato dalla 450 S da 4,5 a 4,2 litri. Poi, visto che la pista va percorsa in senso antiorario, per garantire un bilanciamento ottimale spostano il motore nella parte sinistra del telaio, formato da una struttura tubolare del tutto simile a quella della 250 F. I tradizionali cerchi metallici Borrani sono rimpiazzati da un set fornito dalla Hallibrand, azienda californiana specializzata nella realizzazione di ruote in magnesio per monoposto Indy. Le sospensioni vengono rinforzate sia per poter sfruttare appieno i 410 cv del motore sia per attutire i sobbalzi, che sui lastroni di cemento, mai perfettamente connessi, diventano una seria minaccia per la stabilità del veicolo. I valori di potenza e coppia sono così elevati che i tecnici azzardano un cambio con due sole marce, in cui la prima serve solo per partire. Maserati Eldorado su sopraelevata

SOGNO INTERROTTO. Sin dalle prime battute di gara la Maserati di Moss dimostra di poter lottare ad armi pari con le monoposto a stelle e strisce. Il pilota del Tridente corre come il vento, ma durante la terza e ultima manche, quando è in lizza per la quarta posizione, in seguito a una foratura perde il controllo della sua monoposto lanciata a 250 km/h, urtando violentemente il guardrail che delimita la curva sud. Sono attimi di terrore, con il bolide che, dopo l’impatto, spicca letteralmente il volo e si schianta nella parte più interna della pista. Moss, per miracolo, se la cava con lo spavento più grande della sua carriera e qualche graffio, riuscendo a conquistare un onorevole settimo posto pur non concludendo la gara. Va meglio alla Ferrari 412 MI di Luigi Musso, che in alcune fasi delicate della corsa, a causa di due malori per intossicazione da gas di scarico, è costretto a cedere il volante ai compagni Mike Hawthorn e Phil Hill. Nonostante qualche cambio gomme di troppo, la monoposto del cavallino rampante chiude al terzo posto, alle spalle del vincitore Jim Rathmann e di Jimmy Bryan, che aveva conquistato il Trofeo dei Due Mondi l’anno precedente. La partita si chiude con un’altra prova di forza dei team americani. Dopo due sole edizioni, il sipario sulla 500 Miglia di Monza cala per sempre, decretando la fine di un ultimo ballo spettacolare ma troppo pericoloso per essere ripetuto. Dopo l’incidente, la Maserati di Moss viene riparata, riverniciata di rosso e spedita negli Stati Uniti in vista della 500 Miglia di Indianapolis del 1959. Iscritta dal team privato Eldorado Racing, a causa di problemi di pescaggio del carburante e della scarsa esperienza del pilota Ralph Liguori non andrà oltre il 36° posto, non riuscendo a qualificarsi per la gara. Di quella sfida bella e impossibile tra i campioni americani ed europei e i loro bolidi da corsa, oggi, non resta traccia solo negli albi d’oro o tra le pagine ingiallite della cronaca sportiva dell’epoca. Anche la pelle bianca della 420 M-58, riportata in condizioni originali e oggi custodita tra i tesori della collezione Umberto Panini, ha molto da raccontare. Le scritte Eldorado e Italia, il nome di Stirling Moss dipinto sulla carrozzeria, e poi il piccolo cowboy sul muso e sulla pinna, col suo fazzoletto rosso e il cappello blu. Sembra quasi volerla descrivere lui, con quel sorriso scanzonato e un po’ nostalgico, la magia di quelle corse che non torneranno mai più. 

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