I mostri della velocità: gli anni ’70

I mostri della velocità: gli anni ’70

Quando si pensa ad auto ‘mostruose’ – in termini di prestazioni – generalmente s’approda a due capitoli ben definiti: uno è quello degli Anni ’80 e ’90, incarnazione del puro eccesso, con le Formula 1 dai motori sovralimentati, le vetture Gruppo B nei rally e tutta una folta schiera di supercar più o meno esotiche varie ed eventuali; l’altro è quello delle hypercar prodotte nell’ultimo ventennio, pinnacolo estremo di tecnologia e ultima estremizzazione del concetto di supercar stessa con potenze nell’ordine dei 1000 cavalli. Senza nulla togliere ai due capitoli appena menzionati – che non nascondiamo essere, inevitabilmente, tra i nostri prediletti – abbiamo deciso di fare mente locale e viaggiare a ritroso nel tempo, ricordando le monster car più temibili e significative del passato. Tre per ogni decennio, tutte rigorosamente stradali.

Certo, i dati riguardanti cavalleria e velocità massima in alcuni casi potrebbero non impressionare più di tanto, oggi, ma ricordiamoci sempre che una volta abs, controlli di trazione e freni carboceramici non apparivano nemmeno nei sogni del più edulcorato progettista. Il terzo episodio di Monsters of speed attraversa gli Anni ’70, periodo in cui la crisi petrolifera del 1973 e la conseguente Malaise Era – termine coniato dai giornalista Murilee Martin per indicare la fase in cui il mondo automotive ha iniziato davvero a riflettere su consumi e sicurezza – hanno cominciato a dettare regole ferree cambiando per sempre il mondo delle supercar.

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CHEVROLET CHEVELLE SS 454 LS6 (1970). La Chevelle è uno dei modelli più fortunati prodotti da General Motors. La sua serie comprende versioni molto diverse tra loro, alcune economiche – per le famiglie – ed altre potenti, molto potenti. La SS 454 del 1970 è una muscle car dura e pura: tanti cavalli ad un prezzo molto ragionevole. Il suo mastodontico V8 LS6 Big Block da 7.4L è capace di sfoderare 450 cavalli e 678 Nm di coppia. “Puoi rendere la nostra auto tosta ancora più tosta, aggiungendo la Cowl Induction” si legge nella brochure di vendita: grazie a questo sistema, premendo a fondo l’acceleratore, una presa d’aria si apre sul cofano in prossimità del parabrezza “per sparare una raffica extra di aria fresca nel motore, come dare nuova energia a un maratoneta”.

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LAMBORGHINI COUNTACH LP400 (1974). A raccogliere l’eredità della Miura, da molti indicata come prima vera supercar della storia, entra in produzione nel 1973 – due anni dopo la presentazione del prototipo al Salone di Ginevra – un cuneo disegnato da Marcello Gandini per Bertone. Si chiama Countach, nome che deriva da un’espressione dialettale piemontese che esprime stupore e meraviglia. Una delle caratteristiche che renderanno celebre questo modello è il caratteristico taglio sul tettuccio, necessario durante la progettazione per fare spazio allo specchietto retrovisore che avrebbe dovuto funzionare come un periscopio: in fase d’industrializzazione questa soluzione viene abbandonata, ma il taglio no. Monta lo stesso V12 della Miura SV in grado di far scalpitare 385 cavalli a 8000 giri al minuto. Velocità massima? 315 km/h. La produzione della Countach (alla quale abbiamo dedicato il nostro ultimo film del 2019 Lamborghini Countach: la pin-up delle supercar va veloce), dopo oltre duemila esemplari sfornati e molteplici aggiornamenti – nessuno dei quali però in grado di renderla più veloce della LP400 – termina solo nel 1990, quando lascia il posto alla Diablo.

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PORSCHE 911 TURBO 3.0 (1974). Dal 1973 le auto cambiano, diventano più sicure, le potenze massime calano in favore di consumi ed emissioni più contenute. Nello stesso anno, a Zuffenhausen, gli ingegneri decidono di aggiungere un turbocompressore al loro flat-six e nel 1974 viene presentata la prima 911 di serie sovralimentata nella storia del marchio. Ha ‘solo’ 260 cavalli e monta un cambio a quattro marce poiché quello a cinque non è in grado di reggere l’elevata coppia senza rischiare di compromettere la meccanica. Nello 0-100 km/h, per via del turbolag, le prestazioni sono inferiori alla versione aspirata, ma nello 0–200 km/h impiega ben 5″ in meno rispetto alla Carrera 3.0: prestazioni impressionanti, la potenza esplode in maniera violenta, regalando al pilota esperto sensazioni indescrivibili. Un’esperienza di guida tanto brutale da farle guadagnare il soprannome widow maker, ovvero ‘creatrice di vedove’.

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Un commento su “I mostri della velocità: gli anni ’70”
  • Alberto Spriano ha scritto:

    De Tomaso e Pantera, due nomi indissolubilmente legati.
    La Pantera è stata una vedette anni ‘70 che andava veloce. Molto veloce.
    Questa protagonista assoluta si deve al lavoro di tre uomini.
    Il progetto del telaio, delle sospensioni, la distribuzione dei pesi, il posizionamento centrale posteriore longitudinale del motore, del baricentro e del centro statico, si deve all’ing. Gian Paolo Dallara.
    Il design filante ed aerodinamico all’anteriore e poderoso al posteriore con la coda tronca, si deve a Tom Tjaarda, torinese di adozione, ollandamericano di origine.
    Il V8 Cleveland 351 di 5763 cm³ alimentato da un enorme carburatore quadricorpo Holley, possente di coppia, come la GT40 di Broadley, prima di Shelby, viene prestato a De Tomaso da Henry Ford II di Detroit, tanto per rompere nuovamente le uova nel paniere ad Enzo Ferrari.
    Proprio perché, la Pantera era una moderna Cobra coupé, tutto dietro e con tutto quello che serve ancor oggi per andar forte in pista e in strada.
    Bravo Alejandro, la Pantera è stata il tuo capolavoro.

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