Jochen Rindt, il campione del mondo di F1 postumo che amava le Alfa Romeo

Jochen Rindt, il campione del mondo di F1 postumo che amava le Alfa Romeo

Triste storia, quella di Jochen Rindt. Con lui, viso allungato e naso schiacciato, occhi un po’ pazzi e capelli lunghi come li portavano una volta i piloti di Formula 1, il destino ha giocato sporco da subito. Jochen-Rindt-5

SI FA LE OSSA CON L’ALFA ROMEO… Nato a Magonza, in Germania, il 18 aprile 1942 da padre tedesco e madre austriaca, perde entrambi i genitori in un bombardamento ad Amburgo. A tirarlo su provvedono i nonni materni, che lo portano a Graz, in Austria. Quando per il diploma di maturità gli regalano la Simca Aronde Montlhery con cui inizierà a cimentarsi nelle corse automobilistiche, la passione di Jochen per i motori da corsa è diventata quasi un’ossessione. Con la velocità aveva preso confidenza da bambino, sperimentandola prima sulle piste da sci e poi con le moto. A fare sul serio con le auto comincia all’inizio degli anni ’60, quando con l’amico Helmut Marko (sì, il talent scout della Red Bull…) approda alle gare per vetture da turismo. Con la sua Alfa Romeo Giulietta TI dà spettacolo, mostrando doti di aggressività e controllo del mezzo fuori dal comune.

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… E CON UNA FERRARI CONQUISTA LE MANS. Quando nel 1966 sigla un contratto con l’Autodelta e vince la 4 ore di Sebring con l’Alfa Romeo Giulia Sprint GTA, Rindt è già un pilota affermato: nel 1964 aveva esordito in Formula 1 dopo aver mostrato di che pasta era fatto in Formula 2, dove con una Brabham che si era comprato di tasca sua ebbe la meglio in più di un’occasione su piloti del calibro di Graham Hill e Jackie Stewart; nel 1965, invece, in coppia con l’americano Masten Gregory aveva vinto la 33ª edizione della 24 Ore di Le Mans con la Ferrari 250 LM affidatagli dalla scuderia NART di Luigi Chinetti. Per dare un’idea del peso di quella vittoria, ci sono voluti ben 58 anni per vedere trionfare di nuovo un bolide del cavallino rampante nella celebre maratona francese.     

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IL GRANDE SALTO. All’epoca, in Formula 1 Rindt corre per la Cooper, ma il periodo trascorso alla corte del mago dei motori che avrebbe inventato la Mini da corsa furono avari di soddisfazioni (anche se, nonostante un’auto che proprio competitiva non era, nel ’66 concluse la stagione al terzo posto alle spalle di John Surtees e Jack Brabham, l’uomo che per primo aveva creduto in lui). Di Rindt in quegli anni si innamora Colin Chapman, che nel 1969 gli consegna le chiavi della Lotus 49B, vettura tanto veloce quanto fragile: a Barcellona l’alettone cede prima sulla monoposto di Hill, suo compagno di squadra, e poi sulla sua, causando un incidente in cui l’austriaco rimedia una commozione cerebrale e la frattura della mascella. Scoppiano le polemiche (nell’ambiente le Lotus hanno la brutta fama di essere troppo leggere per correre entro margini di sicurezza anche solo accettabili…), ma la voglia di vincere di Rindt è più forte e prima della fine della stagione coglie il primo successo nel Gran Premio degli Stati Uniti, a Watkins Glen.

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L’ADDIO A DUE GRANDI AMICI E LA MORTE. Nel 1970 Rindt ottiene una vittoria magistrale a Montecarlo nel terzo GP della stagione e con il debutto della Lotus 72 la sua corsa diventa inarrestabile. Con quattro vittorie consecutive mette un’ipoteca sul Mondiale, ma intanto già medita il ritiro dalle corse: difficile fare i conti col dolore causato dalla morte in pista degli amici e colleghi Piers Courage e Bruce McLaren. Ma il sogno di trascorrere una nuova vita con la moglie Nina e la figlia Natasha lontano dai circuiti e dai pericoli di una Formula 1 in cui la morte aleggia come un falco assassino pronto a colpire al primo passo falso si spezza il 5 settembre 1970 a Monza. Un cedimento meccanico della sua Lotus (peraltro mai dimostrato con certezza assoluta) alla Parabolica la catapulta contro le barriere di protezione e per Rindt non c’è scampo: muore durante il trasporto in ospedale.

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CAMPIONE, DA LASSÙ. Nessun avversario riesce a colmare il divario di venti punti che Rindt aveva accumulato e il 4 ottobre il pilota austriaco vince il Mondiale con una gara d’anticipo. Il trofeo di campione del mondo che avrebbe dovuto alzare al cielo viene consegnato a Nina da Jackie Stewart, che, ironia della sorte, proprio con Rindt negli ultimi tempi aveva iniziato a spendersi con la federazione e gli organizzatori dei Gran Premi per migliorare la sicurezza in Formula 1.

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