La Abarth fa 70/1. Si parte con le marmitte

La Abarth fa 70/1. Si parte con le marmitte

ACCENTO TEUTONICO. La Abarth & C. viene fondata a Torino il 15 aprile 1949 e ha come emblema lo Scorpione, il segno zodiacale del fondatore: Carlo Abarth, nato a Vienna il 15 novembre 1908. Il suo vero nome è Karl, ma tutto cambia nel 1938, quando diventa cittadino italiano grazie al padre (naturalizzato nel Bel Paese al termine della prima Guerra mondiale), ai meriti sportivi e a un decreto del governo di Mussolini, ansioso di individuare (e sostenere economicamente) campioni nazionali dello sport residenti all’estero. Carlo, quindi: accento teutonico mai cancellato, ma un amore sincero per l’Italia che lo accompagnerà per il resto della vita.

Carlo Abarth ha molto in comune con Enzo Ferrari: carattere di ferro, una carriera iniziata come pilota (Abarth però correva con le moto e i sidecar), una passione divorante per i motori e per le competizioni e ambizione a go-go. Come Ferrari, anche Abarth è un agitatore di idee: che, a differenza del Drake, lui sa anche tradurre personalmente in realtà, forte di un estro creativo e di capacità tecniche sconosciute al Commendatore di Maranello. Ad accomunare i due personaggi, in ogni caso, è la filosofia di vita: il lavoro prima di tutto, avanti a tutto.

1947+Cisitalia+202+Coupe

TRA CORSE E AFTERMARKET. Come imprenditore, Carlo Abarth è tutt’altro che sprovveduto. Dopo la seconda Guerra mondiale, per due anni (1947-1948) è direttore tecnico e sportivo del reparto corse di una piccola casa fondata a Torino da un poliedrico imprenditore, Piero Dusio: la Cisitalia. Potenzialmente, un’altra Ferrari; di fatto, un crack finanziario. Troppa carne al fuoco, e troppo costosa; prestigiose coupé sportive di grande design (una, la 202 carrozzata da Pinin Farina (foto qui sopra), è esposta al Moma di New York); monoposto da Gran Premio da 1100 cc plurivittoriose con piloti quali Bonetto, Taruffi, Nuvolari, Farina; persino una futuribile Formula 1, progettata da Ferdinand Porsche ed equipaggiata con un 12 cilindri da 1500 cc e trazione integrale. Troppo, insomma: e la Cisitalia chiude.

Allora Carlo Abarth ricomincia… da sé. Fonda la sua azienda, prendendo come socio Armando Scagliarini, proprietario terriero di Finale Emilia e (soprattutto) padre di Guido, buon pilota e già ottimo cliente della Cisitalia Corse. L’attività dell’Abarth si divide da subito su due fronti: costruzione di “barchette” sport con motori 1100 cc di derivazione Fiat e produzione di accessori per auto. Quest’ultima, per alimentare e sostenere l’attività dell’Abarth Corse senza rischiare la bancarotta. Un colpo di genio: sul mercato dell’aftermarket irrompono, con la forza di un uragano, le famose marmitte Abarth. Una pubblicità del 1950 promette silenziosità, suono armonioso, scarico libero, più potenza. Incredibile, in un’epoca in cui computer ed elettronica sono ancora concetti teorici: ma assolutamente vero. Quei terminali di scarico divengono presto un must: per efficienza e stile sono capaci di donare a una macchina “normale” un sound inconfondibile: profondo, grintoso. Così, se nel 1950 dai capannoni torinesi di via Trecate, in cui lavorano 44 dipendenti, ne escono circa 1000 unità (destinate a vetture come le Fiat Topolino, 1100, 1400 e 1500, alle Lancia Aprila e Ardea, alla Renault 4 CV), con una quota destinata all’esportazione pari al 2%, già nel 1954 gli addetti alla produzione sono diventati 90, i terminali di scarico prodotti sono poco meno 60.000 e l’export è balzato al 20% del fatturato. Urge suddividere le attività: l’Abarth Corse occupa per intero la sede di via Trecate, mentre per le marmitte (e per tutta una serie di nuove componenti in via di realizzazione) si allestisce un nuovo sito produttivo nella non lontana via Pacchiotti.

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PICCOLE BOMBE. Le basi sono poste, il percorso è tracciato. Da allora, l’attività dell’Abarth prosegue su due binari: le gare (con il proprio team ufficiale e, anno dopo anno, con un numero sempre crescente di clienti-piloti in tutto il mondo) e l’aftermarket sportivo di lusso. Due “rami” che, nel giro di pochi anni, permettono a Carlo Abarth di mettere a segno un nuovo, epocale colpo di genio: trasformare auto di grande serie in bolidi da corsa o, in versione appena un poco addolcita, in piccole bombe da strada sotto mentite spoglie. Un “effetto GTI” con 30 anni di anticipo, a cui l’appassionato non riesce a sfuggire.

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