La Mercedes SLC Coupé compie 50 anni

La Mercedes SLC Coupé compie 50 anni

Fu un unveiling glamour ed elegante, quello della Mercedes SLC Coupé, nel più puro stile della kermesse che l’ospitò e della Casa di Stoccarda. Taglia di slancio il traguardo tondo dei cinquant’anni, la bella coupé con la stella a tre punte sul cofano, che nei padiglioni del Paris Expo Porte de Versailles, dal 7 al 17 ottobre 1971, con il suo fascino discreto e raffinato, cominciò a sedurre i primi dei 62888 automobilisti che la scelsero nei dieci anni in cui rimase in produzione. Le immagini in bianco e nero del salone di Parigi di mezzo secolo fa ritraggono la 350 SLC, equipaggiata con il collaudato V8 da 3,5 litri e 200 cavalli già montato dalle precedenti W 108 e W109 e dalle versioni sportive della serie W 111. Nel 1972 la gamma si ampliò con la 450 SLC (sempre V8, ma con 225 cavalli) e l’anno successivo con la 280 SLC, spinta da un più piccolo sei cilindri da 2,8 litri e 185 cavalli. Al 1977 risale la 450 SLC 5.0, che si collocò al vertice della gamma con una potenza di 240 cavalli e un design caratterizzato da due piccoli spoiler anteriore e posteriore in plastica nera e cofani e rinforzi dei paraurti in alluminio. Nel 1981, ultimo anno di produzione, entrarono in listino la 380 SLC e la 500 SLC. 

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CAMBIO DI PROGRAMMA. Le origini del progetto della SLC Coupé risalgono grossomodo al 1968, anno in cui i vertici della Mercedes diedero il via libera definitivo alla produzione della nuova SL che, tre anni più tardi, avrebbe sostituito la leggendaria ‘Pagoda‘. L’idea iniziale, nella definizione dell’erede della serie W 111 coupé, era quella di sfruttare l’autotelaio, all’epoca ancora in fase di sviluppo, dell’incipiente serie 116 della Classe S, che però non sarebbe stata pronta prima del settembre 1972. Così, per ridurre il time to market e presentare i due nuovi modelli sportivi a breve distanza l’uno dall’altro, la Mercedes chiese al team guidato da Karl Wilfert di realizzare una coupé che sfruttasse l’architettura e gli organi meccanici della neonata SL. Nei reparti della storica fabbrica di Sindelfingen, impianto attivo da oltre un secolo e che presto verrà in parte convertito per la produzione di modelli elettrici d’alta gamma, non si perse un secondo di tempo e la SLC nacque con appena sei mesi di ritardo sulla versione scoperta da cui derivava.

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MOLTO PIÙ DI UNA SEMPLICE SL ‘CHIUSA’. La parentela della SLC con la SL è evidente, anche se, in realtà, solo il muso, il cofano motore e il parabrezza sono perfettamente identici, perché, dovendo ospitare comodamente quattro persone e garantire uno spazio adeguato per la testa e le gambe dei passeggeri posteriori, dal montante A alla cod,a la coupé fu leggermente rialzata e allungata. Altre piccole differenze, rispetto alla SL, sono il lunotto, più curvo e inclinato, e il cofano del bagagliaio, che nel raccordarsi al nuovo vetro posteriore segue un andamento leggermente più spiovente. L’assenza dei montanti centrali, un must sulle grandi coupé Mercedes dell’epoca, restituiva l’effetto elegantissimo di un’unica grande superficie vetrata laterale. La scocca era solida e sicura, perché ereditava i robustissimi montanti A della SL che la Mercedes aveva progettato per superare, senza dover per forza adottare una configurazione Targa, le severissime norme di sicurezza statunitensi per le vetture senza tetto. Anche la struttura del pavimento, realizzato con lastre metalliche di spessore variabile per consentire una deformazione progressiva della scocca in caso d’incidente, contribuì al raggiungimento di standard di sicurezza molto elevati.

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REGINA D’AFRICA. Compassata, robusta ed elegante, nelle mani dei tecnici guidati dall’ingegner Erich Waxenberger nella seconda metà degli Anni ’70 la SLC Coupé si riscoprì un bolide da rally con una predisposizione innata per le gare più dure e massacranti. Memorabile, per gli amanti del genere, il famoso Vuelta a la America del Sud del 1978: la stella a tre punte, che schierava quattro coupé 450 SLC 5.0 e due berline 280 E ufficiali, conquistò i primi quattro posti, annichilendo le squadre avversarie con distacchi abissali. Nello stesso anno, sempre con una 450 SLC 5.0, il grande Hannu Mikkola giunse secondo all’East African Safari dopo aver mantenuto a lungo la testa della corsa, mentre al Rally della Costa d’Avorio la Mercedes calò il poker. Una testimone speciale dell’epopea africana è conservata nelle sale del museo della stella a tre punte: è la 500 SLC con cui Björn Waldegård e Hans Thorszelius trionfarono al Bandama Rally del 1980.

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