
F1: chi era davvero Alan Jones, il burbero australiano che fece grande la Williams
“Lo vedevo prepararsi alla gara, e mi dava l’impressione di un combattente del Vietnam. Piquet, a confronto, sembrava un fantino”. Così Frank Williams ricordava Alan Jones, scomparso oggi all’età di 80 anni dopo una breve malattia, e la sua cavalcata trionfale del 1980 in Formula 1. Il duello senza esclusione di colpi tra il pilota australiano della Williams e quello brasiliano della Brabham si concluse con una doppietta che sarebbe entrata nella storia della Formula 1: la scuderia inglese metteva in bacheca il primo dei suoi nove titoli costruttori, il 34enne Jones conquistava quello che sarebbe stato il suo unico titolo iridato.

NON ERA UN PILOTA COME GLI ALTRI. Era ciò che di più lontano esistesse dal prototipo del pilota di Formula 1 dei suoi anni, Alan Jones. Il peso forma non era un concetto contemplato dal suo modo di intendere la vita e le corse, che affrontava entrambe con una durezza che fece ben presto sua a sue spese, letteralmente a suon di frustate: tutt’altro che teneri erano i metodi educativi dei religiosi cattolici del collegio in cui da ragazzino fu mandato a studiare dopo il divorzio dei genitori. Papà Stan, nella Terra dei canguri, era un pilota di grido; nel 1959 aveva vinto il Gran Premio d’Australia, che non era valido per il Mondiale ma veniva monitorato dai big del Circus in cerca di nuovi talenti: Jones fu notato dalla Ferrari e dalla B.R.M, ma non aveva né la voglia né, essendo tra gli uomini più ricchi del suo paese, la necessità di partire per cercare fortuna in Europa. Al suo posto partì il connazionale Jack Brabham, che di Mondiali ne avrebbe vinti ben tre.
DALL’AUSTRALIA ALL’INGHILTERRA. Per il giovane Alan, papà Stan è un modello da imitare. Ed è addirittura più forte di “Black Jack”. Stan finanzia la carriera sportiva del figlio, che vince parecchie gare in patria e si inebria del proprio talento. Ma un bel giorno la ricchezza crolla, fagocitata dalla montagna di debiti accumulata per riempire di auto da sogno il garage di famiglia. Alan parte per l’Inghilterra con in tasca una manciata di sterline e il sogno di scalare prima i vertici delle competizioni automobilistiche locali e poi quelli della Formula 1. Per racimolare i soldi che gli servono per correre compra, allestisce e rivende come camper furgoni Bedford, ma il denaro non è mai abbastanza e il suo carattere rude e spigoloso non lo aiuta ad assicurarsi le simpatie dei team manager. Sia come sia, nel 1975, dopo quattro anni per nulla brillanti in F3, Jones approda in F1. In due anni cambia quattro scuderie: fa il gregario di James Hunt alla Hesketh e ha la chance di correre agli ordini prima di Graham Hill e poi di John Surtees, ma non riesce ad andare d’accordo con nessuno dei due. Nel 1978, finalmente, lo nota la Williams, che l’anno successivo, dopo aver trascorso i due precedenti a galleggiare in fondo alla classifica, diventa un team di punta anche grazie a Jones, che vince quattro gare ma, a causa dei troppi ritiri, a fine stagione dovrà accontentarsi di un quarto posto.

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IL TRIONFO, IL DECLINO E IL RITORNO. Il 1980 è l’anno d’oro di Jones, che dopo aver vinto il titolo declina il tradizionale invito a presiedere l’associazione piloti: “Non vado ai circuiti per tenere conferenze sulla sicurezza. Altrimenti avrei fatto il politico”, si giustifica senza troppi giri di parole, col suo fare burbero. Nel 1981 la lotta intestina con Carlos Reutemann spiana la strada del successo alla Brabham di Piquet, ma già a metà di quella stagione del Jones campione è rimasta solo l’ombra: gara dopo gara, l’uomo e il padre di famiglia attenuano la fame di vittoria del pilota e a Monza Jones comunica a Frank Williams la sua intenzione di appendere il casco al chiodo a fine anno. Jones torna coi figli al sole caldo della sua terra sconfinata, ma la troppa quiete finisce per risvegliare l’animale da corsa che alberga in lui e torna in Formula 1 al volante di una Arrows bianca senza sponsor. Non è il ritorno che sperava, ma decide di riprovarci e a 39 anni si accorda con la Lola; ormai, però, è parecchio sovrappeso e con una macchina che non è un granché anche questa esperienza sfocia in un fallimento. A fine anno Jones torna a fare il pensionato d’oro nel suo ranch australiano e la Formula 1, di lì in poi, si accontenterà di frequentarla da commentatore televisivo. Oggi che se ne è andato, lo ricordiamo così: come uno dei campioni del mondo forse meno amati, ma di certo tra i più genuini interpreti delle micidiali monoposto a effetto suolo di quegli anni. Bolidi duri come lastre di marmo, dure come lui che, in fondo, aveva un cuore tenero.











